Il visibile e l’invisibile

Il nostro pianeta è un luogo di squisita bellezza, fatto materialmente con il respiro, il sangue, e le ossa dei nostri avi. Dobbiamo riprendere la nostra antica percezione della Terra come organismo, e tornare a rispettarla.

James Lovelock

La teoria delle catastrofi ci insegna che i grandi cambiamenti avvengono a salti, in modo discontinuo e imprevedibile; nel Diciannovesimo secolo la scoperta della geometria sferica da parte di Bernhard Riemann ci ha aperto porte prima inimmaginabili nel percorso della conoscenza. Un evento che rivoluzionò la matematica e la topologia e che sarebbe diventato la chiave per la formalizzazione della struttura stessa dell’universo. Ancora più indietro nel tempo, secoli prima la scoperta della geometria sferica, l’uomo si accorse della curvatura della Terra; due eventi correlati che ci hanno permesso di avere nuovi strumenti, e protesi concettuali per scoprire le nostre nuove Indie; dalla concezione della cosmografia mesopotamica dove il mondo era descritto come un disco piatto galleggiante nell’oceano alle nostre mappe, il salto non ha riguardato tanto il dettaglio sempre più fine della rappresentazione, quanto piuttosto il passaggio dal bidimensionale al tridimensionale. Un modello a tre dimensioni contiene un numero maggiore di informazioni rispetto ad un modello a due dimensioni. D’altro canto, la quantità di informazione di cui disponiamo oggi rende il modello tridimensionale inadueguato ad una descrizione accurata della realtà; le informazioni che riguardano ogni evento sono necessariamente calate in uno spazio dove la dimensione tempo riveste grande importanza e lo spazio delle relazioni è di tipo quadridimensionale, uno spazio che può essere agevolmente descritto da un ipersfera.

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Modello di ipersfera

Di seguito, pur nella necessaria concisione di questo articolo, cercherò di approfondire il perché un modello quadridimensionale potrebbe essere più adatto alla descrizione della nostra attuale visione del mondo.

Da milioni di anni, in quanto esseri viventi, siamo immersi nella biosfera secondo modalità che esulano in gran parte dalla nostra consapevolezza; aree buie della percezione, sistemi nascosti che in qualche modo influiscono sulla vita di ognuno. Quello che consideriamo mondo esterno emerge da relazioni che continuamente, noi membri della grande famiglia degli esseri viventi, instauriamo con ogni cosa visibile e invisibile. Ogni ambiente, ogni atmosfera sono prima di tutto prodotti dall’accoppiamento strutturale fra noi e il mondo.

La nostra stessa coscienza è definita dal nostro interagire con il mondo e dipende solo in parte dal sistema nervoso. Noi non siamo interamente nel nostro cervello ma siamo individuati dalla relazione che si instaura fra il nostro cervello, il nostro corpo e l’ambiente in cui siamo immersi. La nostra mente non è nascosta dentro il nostro corpo ma emerge dalla dinamica con cui ci relazioniamo col mondo.

La percezione è legata alle azioni del corpo, un corpo animato è un corpo partecipe allo spazio e alle cose. Secondo un approccio enattivo o esternalista alla percezione, l’esperienza è prodotta dall’integrazione fra percezione e azione, secondo tale ottica il percepire è un atto creativo che genera la realtà. La vita stessa consiste in continuo sforzo per rendere il mondo reale; attraverso la manipolazione e la rappresentazione della realtà creiamo mondi mentali che indirizziamo verso una loro fattibilità nel reale, in una possibilità di esistenza, micromondi di coerenza che come bolle di sapone si fondono o esplodono incontrandosi.
Considerare la percezione come atto creativo significa porsi all’interno dell’organizzazione del mondo non solo intesi come parte in continuità fisica ma soprattutto come artefici di realtà: siamo parte del paesaggio, dell’ambiente e nell’atto di percepirlo lo trasformiamo.

Viviamo in un sistema complesso formato da entità discrete che interagiscono e sviluppano una forma di autorganizzazione che consente al sistema di acquisire proprietà collettive che non sono esclusive dei singoli agenti. I sistemi viventi non possono essere analizzati nei termini delle caratteristiche delle loro parti. Le qualità essenziali di un organismo sono proprietà del tutto che nessuna delle parti possiede singolarmente. Caratteristica primaria dei sistemi viventi è il flusso di materia ed energia con cui si auto-organizzano. Il concetto di auto-organizzazione è fondato su un anello di retroazione, ossia una disposizione circolare di elementi connessi in cui una causa iniziale si propaga lungo le connessioni dell’anello, in modo tale che ogni elemento agisca sul successivo finché l’ultimo propaga di nuovo l’effetto al primo elemento del ciclo. La conseguenza di questa disposizione è che la prima connessione (input) subisce l’effetto dell’ultima (output), il che dà come risultato l’autoregolazione dell’intero sistema; ogni componente di un sistema partecipa alla produzione o alla trasformazione di altre componenti del sistema stesso.

Una interessante particolarità degli anelli di retroazione consiste nel fatto che essi collegano sistemi viventi e non viventi, per cui non possiamo più pensare agli oggetti, agli animali e alle piante come entità separate, ma come componenti di una stessa struttura. – Possiamo tentare una prima vista d’insieme considerando il nostro pianeta come una sfera che evolve nel tempo.

Nel passo successivo, aumentando gli ingrandimenti della nostra lente concettuale, osserviamo il comportamento delle singoli parti del tutto.

“Sfera d’azione”, “sfera privata”, etc. sono espressioni che fanno parte del nostro linguaggio comune e trovano la loro ragione d’essere nel modello geometrico che pone l’uomo come origine e centro del pensiero e dell’azione. A ben vedere, il modello adottato deriva dal vecchio sistema newtoniano che prevedeva uno spazio che contenesse tutte le cose, analogamente, oggi il pensiero comune crede di avere il centro nel proprio cervello e un raggio di misura che varia in base alla proprie conoscenze, alle possibilità e al luogo. Un modello che non offre molti vantaggi in un’ottica sistemica dato che siamo ancora soltanto noi umani a inglobare nella nostra sfera individuale il resto del mondo. In realtà, il sistema in cui siamo immersi è ben più complesso e interdipendente e alla sfera individuale bisognerebbe sostituire un modello più adatto alla nostra nuova sensibilità verso il mondo esterno.

I modi della percezione da anni sono al centro dell’attenzione, ma non abbiamo ancora sviluppato un modello capace di rendere misurabile quelle che il filosofo Tonino Griffero chiama quasi cose e che sono il prodotto di ogni processo sistemico che riguarda le interazioni che si attuano nella biosfera. Una quasi cosa è un’atmosfera, una sfumatura di colore, un carattere. Portare allo statuto di cose le quasi cose è il primo passo per darle il loro giusto valore; rendere visibile l’invisibile, misurare quello che si crede incommensurabile significa poterlo utilizzare, manipolare o proteggere.

Il paesaggio può essere definito come una porzione del mondo reale delimitata spazialmente sulla base di processi e organismi: ne deriva che esistono tanti paesaggi quanti sono i processi e gli organismi. Il paesaggio viene perciò inteso come uno spazio geografico in cui la complessità ecologica è espressa in vario modo attraverso organismi concorrenti che, nelle loro funzioni, si sovrappongono e interagiscono attraverso meccanismi di feedback. Ne consegue che la dimensione di un paesaggio non è solo quella a misura d’uomo ma può essere anche microscopica se ci riferiamo a organismi come virus e batteri, o ridotta a pochi metri se ci riferiamo a piccoli organismi. Concepire il paesaggio come un organismo vivente che si autorganizza comporta una descrizione sistemica delle sue caratteristiche intrinseche, la teoria sistemica applicata al paesaggio rappresenta una svolta contro il meccanicismo cartesiano e in favore di una concezione unitaria del sistema uomo–natura.

In una realtà fisica l’atmosfera produce effetti anche in assenza di un osservatore, ad esempio l’atmosfera di quiete di un paesaggio determina conseguenze sull’ecosistema di questo stesso anche in assenza di un osservatore umano. Il creare effetti svincola l’atmosfera dalla sua apparente caratteristica esclusivamente qualitativa per radicarla nel mondo fisico come entità capace di trasformare la realtà attraverso una modificazione degli equilibri dinamici che intercorrono in un sistema, non dimenticando che anche solo la variazione di uno stato d’animo determina variazioni sulla realtà fisica. Le atmosfere sono sentimenti spazializzati, sono cioè la qualità emozionale specifica di uno spazio vissuto. L’identità di un paesaggio è data dalla sua singolare atmosfera e averne esperienza riuscendo a percepirla significa avere la possibilità di rispettarla nella sua irripetibile unicità. La indissolubile relazione fra mindscape e landscape è un aspetto fondamentale ai fini del cambiamento dei modelli concettuali e degli strumenti di percezione.

Il biologo Jakob von Uexküll individuerà nel 1909 con il termine Umwelt un ambiente o mondo soggettivo – individuale così come esso viene definito dall’interazione con un organismo vivente. Ogni organismo crea, attraverso la percezione-interazione, la propria Umwelt sotto forma di un mondo unico, dove non ha senso dividere l’ambiente esterno dall’organismo che lo percepisce. Tutti gli organismi, dal più semplice al più complesso, sono perfettamente inquadrati nel loro mondo individuale, un mondo che sarà semplicissimo per gli organismi più semplici, e via via più complicato per le forme più complesse.

L’ampiezza e la complessità della Umwelt di ogni organismo, secondo Uexküll, dipende dalla struttura morfologica dei suoi organi di senso e dalla complessità del suo sistema nervoso. Per il ciclo funzionale della zecca che non vede, non sente e non possiede il senso del gusto, hanno significato solo tre elementi del mondo esterno: l’acido butirrico emanato dal sudore del mammifero – preda, il calore emesso dal corpo e dal sangue e la pelle liscia che la zecca percepisce facendosi spazio tra i peli grazie alla sensazione tattile. Una zecca può restare appesa ad un ramo in attesa della preda anche per anni e quello che noi percepiamo come un ambiente sconfinato e ricco per l’animale è ridotto ad una manciata di stimoli sensoriali, il resto del mondo, inclusa la Umwelt umana, per la zecca semplicemente non esiste. Uexküll schematizza il rapporto fra il soggetto vivente e il suo ambiente secondo un circuito funzionale dove si mostra come il soggetto (nel nostro caso la zecca) e l’oggetto (il mammifero) si completano l’un l’altro formando un sistema unico per ogni singola percezione.

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Schematizzazione del rapporto tra soggetto vivente e il suo ambiente

Nel sistema zecca – mammifero si avranno tre circuiti funzionali quante sono le sequenze e le differenziazioni percettive:

Gli stimoli percettivi del primo circuito sono i follicoli sebacei del mammifero dove l’acido butirrico produce nell’organo percettivo della zecca il primo mondo sensoriale nel quale l’animale reagisce lasciandosi cadere sulla preda.

Gli stimoli percettivi del secondo circuito sono quelli tattili relativi al pelo del mammifero, tali stimoli disattivano gli quelli olfattivi del primo circuito. Lo stimolo tattile attiva il movimento finalizzato all’esplorazione fino a che questo a sua volta non viene sostituito dallo stimolo percettivo termico nel momento in cui la zecca individua l’epidermide irrorata di sangue. (Uexküll 2013).

In generale, ogni animale si trova adattato e inserito nell’ambiente tramite circuiti funzionali che lo contraddistinguono, in tali circuiti i punti fondamentali sono dati dal sistema ricettivo e dal sistema reattivo che sono in perfetto equilibrio fra loro. L’ambiente nasce dall’unione del mondo percettivo con il mondo operativo. Il circuito funzionale è la griglia base delle relazioni fra soggetto e oggetto, la base della profonda unità che ogni animale costituisce con il suo mondo.

Di grande importanza, nella visione ecologica di Uexküll, è la distinzione fra organi recettori, organi effettori e il concetto di piano di costruzione (Bauplan). Gli organi recettori filtrano le caratteristiche che l’ambiente esterno esercita sull’organismo mentre gli organi effettori permettono all’organismo di reagire agli stimoli. Questi organi sono coordinati fra loro secondo un rapporto che unifica mondo esterno e mondo interno dell’organismo. Il piano di costruzione può essere interpretato come un sistema che genera una particolare tonalità percettiva dell’organismo, tale sistema è, secondo Uexküll, sovrasensibile, situato al di fuori dello spazio e del tempo. In tal modo Umwelt e Bauplan definiscono la costruzione di ogni bolla percettiva. Alla base della biologia teoretica di Uexküll si pone l’assunto che animali e uomini non percepiscono il mondo allo stesso modo:

Tutti gli animali che vivono intorno a noi – coleotteri, farfalle, mosche, zanzare o libellule che si muovono su di un prato – dobbiamo tutti figurarceli racchiusi in una sorta di bolla di sapone, che delimita il loro campo visivo, e racchiude tutto ciò che è visibile per il subietto. Ogni bolla contiene un complesso di luoghi, ed i piani di orientamento di ogni campo d’azione, che formano la solida impalcatura dello spazio[…] Solo quando una tale concezione abbia preso corpo nella nostra mente, noi potremo riconoscere l’esistenza della bolla di sapone anche nel nostro mondo subiettivo: vedremo così tutti i nostri simili involti in tante bolle che ad ogni istante senza attrito si intersecano, formate come sono da segni di percezione subiettivi. Uno spazio generico, ossia indipendente da qualunque subietto, non esiste: e quando noi ci aggrappiamo alla finzione di uno spazio unico involgente il mondo intero, lo facciamo soltanto perché, in tal modo, ci sembra più facile intenderci l’uno con l’altro. (Uexküll 1936, pp. 130-132).

La caratteristica fondamentale della Umwelt di ogni organismo non risiede tanto nella diversa ampiezza del campo sensoriale ma, in un sistema percettivo completamente diverso per ogni specie vivente; il mondo di un essere vivente non è semplicemente parte o multiplo del mondo di un altro essere vivente, nella nostra innata abitudine ad umanizzare molti comportamenti di altri esseri, ci convinciamo che i mondi-modello di tutti gli organismi siano rapportabili al nostro e vi è solo differenza di intensità e di campo percepito. Inoltre, Uexküll osserva che gli organismi entrano in relazione soltanto con quelle cose che sono in grado di inviare loro stimoli abbastanza forti da superare la soglia-filtro degli organi di ricezione, lo stimolo deve trasformarsi in eccitazione altrimenti per l’animale esso non esiste. (Brentani 2011).

La funzione del sistema interno dell’organismo è quindi quella di costruire la propria Umwelt; la costituzione degli organi di ricezione limita gli stimoli in entrata secondo la propria capacità di filtro, in quanto organo finito, cioè avente determinati confini fisici esso può accogliere soltanto una quantità finita di stimoli. Ogni “frequenza” può essere catturata solo da un determinato tipo di apparato sensibile a ricevere quella data frequenza.

Allo stesso modo funzione del sistema globale di un manufatto e, nello specifico, di un manufatto architettonico è quello di generare la propria Umwelt che coinciderà proprio con quell’atmosfera che appartenente al regno delle quasi cose è, per ora, così difficile da afferrare.

Già da tempo organismi spaziali, opera dell’uomo si comportano come sistemi autorganizzati. Sistemi che possono essere agevolmente schematizzati, secondo lo stesso criterio di un organismo vivente, con il circuito funzionale di Uexküll.

Un esempio per tutti: Shibam, città nel sud dello Yemen, è organizzata in funzione della possibilità di smaltire i rifiuti tramite un apposito sistema idraulico e trasformare le sabbie in terreno adatto alla coltivazione e materia prima per la costruzione di nuove abitazioni. Questo principio così simile al funzionamento della natura in cui ogni residuo di un sistema è utilizzato da altri è quello che ha permesso la sopravvivenza dei gruppi umani nella storia. Le tecniche polifunzionali, il multiuso, hanno garantito occasioni di riuscita anche nelle avversità. La collaborazione e la simbiosi attraverso il riuso di tutto quello che viene prodotto all’interno del sistema ha permesso l’autopoiesi indipendente da fattori esogeni o occasionali.

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Città di Shibam, sud dello Yemen

L’architettura, come componente fondamentale del paesaggio, è essa stessa paesaggio che capta, come un’ epidermide, il flusso di informazioni generando un sistema complesso formato da agenti indipendenti che interagiscono e sviluppano una forma di autorganizzazione che consente al sistema di acquisire proprietà collettive che non sono proprie dei singoli agenti. In quest’ottica l’architettura è intesa come campo d’interrelazione tra esseri umani, sistemi materiali e ambiente. Il rapporto tra gli abitanti e il loro habitat si estende oltre gli scenari tradizionali fino a far intravedere i territori di una vera e propria ecologia profonda.

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Città di Shibam, sud dello Yemen

A questo punto appare chiaro che la nostra sfera vitale, così legata all’ambiente, debba essere rimodellata secondo una logica della complessità che ricalca non più una sfera contenente oggetti ma una ipersfera di relazioni.

Il circuito funzionale di Uexkull implementato in uno spazio a quattro dimensioni genera un’ipersfera, un modello che riesce a descrive con maggior precisione il comportamento e le interrelazioni dei viventi.

La teoria delle catastrofi di Thom utilizza la matematica topologica per spiegare i fenomeni naturali, la geometria sferica ci permette di studiare ipersuperfici, manca ancora un modello adeguato per descrivere i rapporti fra più eventi nell’ottica di una valorizzazione delle atmosfere e, in generale, dell’aspetto qualitativo della realtà.

Io credo che siamo all’inizio di un nuovo modo di intendere ogni cosa come un processo che sia attuato nello spaziotempo e che può essere formalizzato in una ipersfera vitale che pur dotata della sua individualità sia influenzata da ogni altra ipersfera secondo dinamiche che in assenza, oggi, di un adeguato apparato fisico-matematico possiamo solo intravedere con il linguaggio proprio della metafora.

Claudio Catalano | co-writer

BIBLIOGRAFIA

Alva Noë, (2010) Perché non siamo il nostro cervello, Milano: Cortina Edizioni

Brentani Carlo, Von Uexküll, (2011) Alle origini dell’antropologia filosofica, Brescia: Morcelliana

Catalano Claudi0, (2011) Spazi emozionali, Ariccia: Aracne Edizioni

Catalano Claudi0, (2016) Extrasensi, Raleigh: Lulu.com

Griffero Tonino, (2013) Quasi-cose. Le realtà dei sentimenti, Milano: Bruno Mondadori

Von Uexküll Jacob, (1936) I mondi invisibili, Milano: Mondadori

Von Uexküll Jacob, (2013) Ambienti animali e ambienti umani, Macerata: Quodlibet

Capra Fritjof, (2013) La rete della vita, Milano: Rizzoli

Maturana Humberto, (1993) Autocoscienza e realtà, Milano: Cortina Edizioni

Maturana Humberto, Varela Francisco (1985) Autopoiesi e cognizione, Venezia: Marsilio

 

 

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