Dasein

Non è che l’esserci riempia con le fasi delle sue realtà effettuali istantanee una pista o un segmento sottomano della vita, ma estende se stesso, sì che il suo esser proprio è fin dapprincipio costituito come estensione. 

Nell’essere dell’esserci sta già il “tra” riferito a nascita e morte.

Martin Heidegger | Essere e tempo (1927)

Non siamo realmente noi se non quando, mettendoci di fronte a noi stessi, non coincidiamo con niente, nemmeno con la nostra singolarità

Emil E. Cioran | La caduta nel tempo (1964)

FIGURA 1

Raffaele Cutillo | Appunti per Dasein (Marzo 2017)

La sfera è nascondimento/illuminazione e il tempo determina la progressiva modificazione del suo spazio percepibile (delle cose in esso contenute), ogni volta rinnovato e perduto, annullato e riemerso, rinnegato e divinizzato. Circolarità contraddittoria di presuntuose verità e dubbio, imprevedibilità di nascita e morte coesistenti.

Guardando il monitor, con il corpo in volo durante i lunghi viaggi ad Est, resto sempre magnetizzato dalla curvatura del globo, dal gioco impertinente che riserva allo sguardo. Tutto distorce, compare e scompare. Tutto si rende possibile nell’immaginifico.

FIGURA 2

Raffaele Cutillo | Volo Swiss Air da Zurigo ad Hong Kong (Gennaio 2017)

Schiacciata da ragione e fissità della linea retta (anche dalla materia con la sua più semplificata manipolazione), la storia raramente si è sbilanciata su quella complessità sfuggente che ingoia, in ogni punto, controllo e dominio, rivelando l’inaspettato che vi si nasconde dietro e, soprattutto, l’entità non ancora indagata a fondo (e forse non indagabile): il tempo.

L’esserci, compreso nella sua estrema possibilità d’essere, è il tempo stesso, e non è nel tempo. 

Martin Heidegger | Der Begrif der Zeit (1924)

L’ellisse borrominiana (e la frammentazione di sue parti), trasposizione geometrica della evoluzione terrestre nello spazio cosmico e vezzo decorativo di meraviglia (ma solo per la misconoscenza di teorie che sarebbero venute più tardi) ha, inconsapevolmente, sfiorato la dimensione cronologica innescando un processo fisico di intermittenza, sequenza, movimento, oltre che di moltiplicazione.

FIGURA 3

Francesco Borromini | Studi per San Giovanni in Laterano a Roma (1646/55)

Poi, se non nella ossessione illusoria di pochi altri, si è consolidato l’impossibile essere per quel segno irraggiungibile, lo stesso che Sandro Botticelli non riesce a configurare per il Paradiso e Dante a non saper definire se non come sogno del sogno.

FIGURA 4

Sandro Botticelli | Paradiso di Dante (1481)

Per Étienne-Louis Boullée la sfera è laboratorio senza alcuna pretesa di necessità vitale: nelle due sezioni complementari del Cenotafio di Newton il grande solido cavo dedicato al giorno contiene la notte e quello della notte contiene il giorno, a significare la sperimentazione e l’essere destinato solo alla Scienza, stesso atteggiamento adottato nella Biblioteca di Parigi, monumento al Sapere, dove lascia scorrere all’infinito il lontanissimo punto di fuga determinando l’impossibilità della conoscenza totale.

FIGURA 5a

Etienne-Louis Boullée | Cenotafio di Newton, Il cielo stellato di giorno (1783)

FIGURA 5b

Etienne-Louis Boullée | Cenotafio di Newton, Il globo solare di notte (1783)

Le Corbusier, al di là dei riferimenti culturali, tenta il superamento di quella divaricazione sposando tracce della sfera attraverso sinuosità organiche con il rigore calvinista della retta conducendo, quindi, allo spiazzamento, alla perdita identitaria. Mies resta agganciato alla ossessione cartesiana, matematicamente riconoscibile, protettiva e certa, ma sa bene che lì, in quella iterazione di punti infiniti domina pur sempre il kaos, il disordine solo apparente della natura, che riconduce, inesorabilmente, ancora alla sfera celata agli occhi degli uomini. Nel disegno originale del padiglione di Barcellona il segno tremolante, e istintivo nella sua imperfezione, che racchiude il netto perimetro denuncia questo conflitto, il tormento della separazione e la ineluttabile differenza.

FIGURA 6

Le Corbusier | Ville Savoye (1929)

7

Ludwig Mies van Der Rohe | Padiglione Barcellona (1929)

La retta appartiene all’Artificio degli uomini, alla ragione del suo costruire e riduce il tempo solo alla durabilità, restando pur sempre fissità. La sfera è, di contro, Natura che possiede l’intrinseco carattere di mouvance, tempo fluido e in modificazione costante. Esse sono inconciliabili, non coesistenti, né sovrapponibili. Le architetture giacciono al suolo e ne pretendono la relazione assecondandone le linee distese infinitamente proprio su quella sfera. Ma queste sfuggono, cedono, si trasformano, risucchiano ogni cosa, emergono e si annegano. Solo alla pittura è concesso.

FIGURA 8

Wassily Kandinsky | Composizione VIII (1923)

E noi abbiamo paura – paura dell’immensità del possibile, non essendo preparati a una rivelazione così grande e così improvvisa, a questo bene pericoloso cui aspiriamo e dinanzi al quale arretriamo. Che cosa faremo, abituati come siamo alle catene e alle leggi, di fronte a un’infinità di iniziative, a un’orgia di risoluzioni. La seduzione dell’arbitrario ci spaventa. Se possiamo intraprendere qualsiasi atto, se non vi sono limiti all’ispirazione e ai capricci, come evitare di perderci nell’ebbrezza di tanto potere?

Emil E. Cioran | Sommario di decomposizione (1949)

Questa breve riflessione sulla sfera e che prende a prestito schegge di filosofia o architettura, nei fatti è solo un pretesto per segnare la oscillazione tra uomo e mondo laddove essa ne rappresenta, figurativamente, l’irrisolvibile relazione.

Raffaele Cutillo | co-writer

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