Dare un significato alla notte

Marianna Dionigi, Paesaggio 1798, Galleria Nazionale d'Arte Moderna, Roma. Through http://www.gnam.beniculturali.it/

Marianna Dionigi, Paesaggio 1798, Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma. Through www.gnam.beniculturali.it/

Le stelle. Scena nativa
Partiamo analizzando il quadro dipinto da una donna pittrice  – Marianna Dionigi – che si trova  alla Galleria d’arte moderna di Roma datato 1798 ca ed intitolato “Paesaggio”.
A destra del dipinto si vede un grande gruppo di alberi, al centro un mandriano con animali e un corso d’acqua e sullo sfondo lontano delle montagne.
Ci interessa particolarmente la parte sinistra del dipinto in cui è raffigurata una rocca molto ripida con in cima  alcune colonne sormontate da un timpano.
Ora soffermiamoci sulle colonne e sul timpano e domandiamoci: “Ma quella costruzione sulla rocca da quando tempo si trova lì?” Sembrerebbe avere degli ordini classici quindi la potremmo datare forse al V secolo a.C..
Ma facciamo un passo ancora più  indietro. Quelle colonne con il timpano sono in una altura e allora non è forse pensabile che “quel luogo” fosse usato ben prima della costruzione del tempio?
Muoviamoci ancora più indietro nel tempo e andiamo a scovare costruzioni antiche come per esempio i quattro menhir di Callanish in Scozia o i famosi circoli di pietre di Stonehenge nella piana di Salisbury  (3100 a.C.) o i filari di tremila menhir a Carmac in Bretagna  oppure alcune interessantissime costruzioni villanoviane italiane come il Poggio Rota nei pressi di Pitigliano o i megaliti di Argimusco a Montalbano in Sicilia. Scopriamo che questi luoghi hanno un profondo significato “informativo”.

Callanish stone circle. Image Courtesy Mo Thomson through http://www.embracescotland.co.uk/2014/04/lewis-and-harris-in-photos/

Callanish stone circle.
Image Courtesy @Mo Thomson through www.embracescotland.co.uk

E guardiamo nuovamente il dipinto di Mariana Dionigi: si tratta  quasi sicuramente di una scena “immaginaria”, ma allo stesso tempo ci è come se fosse nota e rappresentasse una sorta di “tipo”.

Altra V. del Tempio della Sibilla in Tivoli , Acquaforte. Metropolitan Museum of Art, New York. through www.metmuseum.org

Altra V. del Tempio della Sibilla in Tivoli , Acquaforte. Metropolitan Museum of Art, New York. through www.metmuseum.org

Il caso più specifico corrispondente a quell’immagine è il tempio di Vesta a Tivoli, che sorge infatti su una rocca e che scorre in basso un fiume, il ribelle fratello del Tevere, l’Aniene che a Tivoli fa anche mirabili cascate terminando una ampia curva proprio a circondare la rocca su cui “oggi” vediamo  il tempio di Vesta. Ora questo del tempio di Vesta  è un luogo nativo per antonomasia, e un luogo dove il cielo si incrocia con la terra e non a caso Gian Battista Piranesi aveva una casa proprio accanto al tempio e da  lì partiva per immergersi nei suoi scavi archeologici sottoterra.
Facciamo adesso una altro giro per capire.

Pensando alla prima donna astronauta italiana che le stelle le ha viste da vicino, viene da pensare che già circa 10 mila anni fa uomini e donne erano in un futuro meraviglioso. Vivevano circa 29 anni. Stavano nelle grotte la notte e il giorno in delle specie di aie davanti, avevano il fuoco. Gli uomini partivano a caccia anche per giorni. Avevano imparato a darsi ordini chiari, precisi: “in fila indiana, a cerchio, spaventalo”. Le donne stavano in gruppo, facevano degli abiti con le pelli, avevano imparato a conservare il cibo, e usare la terra anche per colorare e parlavano in orizzontale, a rete. Abbellivano le loro case. Pensavano agli uomini lontani e ai pericoli e dipingevano nelle casegrotte  scene propiziatorie ed eroiche.
La notte andavano qualche volta tutte insieme sul pianoro in alto sopra la grotta a guardare le stelle. Eh si eccole le stelle che entrano in campo!
Insieme parlavano, guardavano, sospiravano. Poi una di loro vide che le stelle si muovevano, “Guarda – disse – si muovono le stelle non sono ferme si muovono….” “Ma dai – disse un’altra – tu sogni…tu sogni!”.
Questa antica progenitrice invece pensò “No! si muovono si muovono..” E tornò una notte con un pezzetto di legno e il fuoco e tracciò sulla terra i movimenti delle stelle. E a poco a poco ne traccio di più. Ne studiò di più. Insegnò questo a sua figlia e la figlia alla figlia della figlia per 20 generazioni. Ed ecco ad un certo punto una altra progenitrice (ormai uomini e donne avevano anche capanne di paglia e le donne avevano imparato a coltivare) insomma questa progenitrice disse: “Oddio oddio oddio oddio oh cielo oh cielo! Ho scoperto una stella che non si muove!!”
Terrificante, incredibile scoperta! Una crisi terribile! Ebbene quella singola scoperta forse è stato il passaggio più diretto, il vero salto che porta a oggi e ci avvicina a capire perché vogliamo parlare delle stelle in questo numero di On/Off.

Informazione
Cerchiamo di capirci e ritorniamo alle colonne e al timpano. Immaginate quindi che il luogo del quadro, o il tempio di Vesta oppure uno dei luoghi in cui tutto questo si trasforma anche in architettura (per esempio nell’abbazia di san Galgano che si erge su una altura in un pianoro e che anche nella cupola riprende il motivo del cielo ) immaginate che importanza che avevano le alture per un uomo della preistoria senza riferimenti, senza mappe, senza strade, senza nulla ma che dall’alto poteva “capire” qualcosa del proprio territorio, fare progetti, vedere e capire. Ma questo vedere e capire delle alture non si rivolgono solo alla terra ma anche al cielo.

Eremo di San Galgano Interno della cupola

Eremo di Montesiepi, Chiusdino(SI), XII Secolo. Interno della cupola through www.sangalgano.it

Le stelle i milioni di stelle del cielo sono una buona immagine per capire la differenza tra “dato” e “informazione”. Il dato o datum in latino è qualcosa che modifica una situazione preesistete. La luce stella è un dato: c’è . Il puntino di una stella insieme a tutte le altre sono dati equivalgono “al nulla” dal punto di vista informativo sino a che noi non accoppiamo  un valore convenzionale anche minimale ad una di loro. Appunto come nella storia della progenitrice che capisce che esiste la stella polare, che non si muove, che quella stella è diversa e le diamo quindi un connotato informativo di direzione. In quell’attimo estrapoliamo dal caos, dai dati infiniti,  un aspetto informativo decisivo!
Quella stella che non si muove ci comincia ad orientare! E progressivamente estrapoliamo dal caos altre informazioni: come le altre stelle ruotano, che movimenti tracciano a che cicli corrispondono.

Immaginiamo ora che una volta scoperta la stella, abbiamo la necessita  di “fissarla” di traguardarla  e piantiamo a terra un picchetto per ritrovarla la notte seguente e quella ancora seguente e ancora seguente!

Abbiamo trasformato il datum (la luce della stella) in informazione e soprattutto abbiamo eretto un picchetto! Abbiamo dato un significato con un oggetto artificiale al mondo! Dopo un poco forse pensiamo che invece di un  picchetto di legno sarebbe meglio avere una roccia appuntita e solida e dopo un poco,  passando le generazioni, abbiamo capito anche altre cose delle stelle e creiamo circoli, costellazioni mappe a terra per consentirci di  leggere il cielo e creiamo circuiti o filari di  menhir.

L’informazione è potere. Powershift è il titolo di un libro di  Alvin Toffler.

Non è difficile pensare che chi detenga questo “potere” dell’informazione lo usi a più livelli: orientativo politico economico religioso eccetera.. Passa il tempo e il circuito dei menhir diventa tempio, lo si copre per esempio e magari si punta il vertice del tetto verso la stella, oppure si erige un campanile che non è che la trasposizione del vecchio menhir. E che ci rivela che il simbolo ha sempre una origine pratica anche se noi spesso ne dimentichiamo l’origine e non sappiamo la storia.

Ecco perché quando qualcuno mi chiede la mia scena nativa dell’architettura – perché ogni generazione deve avere la propria scena nativa – io racconto questa storia del menhir. Perché radica l’architettura ad una necessità che travalica il semplice fatto utilitaristico, ma affonda dove solo si può affondare, nelle stelle: nel desiderio di dare un significato alla notte. Perché se l’architettura è scienza e condivide la logica serrata della costruzione e della responsabilità del giorno dall’altra divide  con la notte i pensieri i simboli le connessioni libere e la ricerca disperata e gioiosa del significato.

Antonino Saggio | nITro

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