Space Oddity

This is Major Tom to Ground Control
I’m stepping through the door
And I’m floating in the most peculiar way
And the stars look very different today
For here am I sitting in my tin can
Far above the world
Planet Earth is blue
And there’s nothing I can do… [1]

Sequenza del video “Space Oddity”, David Bowie, 1969, fonte: http://youtu.be/D67kmFzSh_o

Emozione, Stupore, Smarrimento. Era il 1969 e David Bowie riusciva a raccontarci il turbinio di emozioni che un giovane astronauta viveva nel momento in cui, abbandonando la sua capsula spaziale, esplorava per la prima volta lo spazio aperto.

Il rapporto di fascinazione che gli astri hanno sempre esercitato sul genere umano sono una costante della storia, un filo rosso che lega indissolubilmente popolazioni provenienti dai quattro angoli del pianeta e che mai avremmo pensato in connessione. Ecco, connettere è proprio il verbo che stavamo cercando; etimologicamente deriva dal latino connectĕre, der. di nectĕre ‘intrecciare, congiungere’, e subito ci fa venire in mente una rete, un network di relazioni che, come la tela tessuta sapientemente da un ragno, lega tra loro punti spaziali lontani gli uni dagli altri. Gli elementi di questo filo sono proprio le stelle che, dall’alto dell’infinito, disegnano traiettorie, attraversano il cielo notturno e, silenziosamente, mettono in relazioni popoli tra loro estranei.

L’uomo ha sempre proiettato negli astri l’altro da sé. L’universo è il luogo del mito per eccellenza, abitato da divinità dall’aspetto e dai comportamenti simili a quelli umani, fonte di ispirazione per le gesta narrate da cantori e poeti. È tutto questo ma anche molto di più; in esso l’uomo ha cercato l’origine delle cose, un equilibrio di rapporto con lo spazio e il tempo, ritenendo che svelandone i segreti più intimi avrebbe finalmente trovato le origini profonde dell’esistenza.

Le stelle per noi sono dei “simboli”, delle coordinate, il loro movimento e le loro rotazioni nascondono i processi tramite cui l’Eternità genera il cosmo temporale, esse sono le indicazioni attraverso cui muoversi nell’Universo.

Sono delle ierofanie, immagini sensibili del sacro e del segreto. I loro moti sono segni visibili dei principi che dominano l’Universo. [2]

Gustave Dorè, Illustrazione per il canto XXVIII del Paradiso della Divina Commedia di Dante Alighieri 1861 – 1868 fonte: gutenberg.org

Gustave Dorè, Illustrazione per il canto XXVIII del Paradiso della Divina Commedia di Dante Alighieri 1861 – 1868 fonte: gutenberg.org

Architettura: immagine del mondo
Guardando il mondo attraverso questo nuovo filtro vediamo come le forme dell’ambiente costruito non derivino semplicemente dalla triade vitruviana firmitas-utilitas-venustas, ma nascondano un simbolismo che ne detta la composizione, il ritmo, la disposizione e a volte anche l’ornamento. La forma della costruzione è quindi un’imago mundi, rivela una visione del mondo e una propria teleologia; essa modella le forme della molteplicità che discendono dall’unità originaria.
Lo spazio e il tempo sono i due parametri del molteplice, il simbolo architettonico è il punto di raccordo. Esso delinea le modalità secondo le quali lo spazio deriva da un punto senza dimensione e traccia la produzione del tempo dal limbo dell’atemporalità. L’architettura definisce quindi un come e un quando, plasma il luogo dalla massa informe originaria e genera un ponte tra le stelle e l’uomo, il quale smette di essere un puntino nell’immensità del cosmo, per sentirsi parte di un disegno superiore.
È importante sottolineare che il simbolo, di qualunque tipo esso sia, rappresenta una totalità integrata e coesa: esso non esiste in quanto tale, ma solamente in un gioco di relazioni, creando una rete di significati, un gioco di interpretazioni tra loro interconnesse. Lo stesso vale in architettura: non esistono simbolismi (o metafore per usare un termine a noi caro) desumibili solo dall’aspetto costruttivo, essi esistono poiché in risonanza con un sistema complesso di significati.

L’esegesi di una forma architettonica non cerca i significati fenomenici ma quelli noumenici di quella forma. [3]

Il simbolismo architettonico
Un edificio racchiude in sé una serie di riferimenti temporali e il legame che corre tra forma architettonica e il tempo è più profondo di quanto si possa immaginare. Nonostante l’architettura sia un’arte spaziale, ci riesce a trasmettere significati temporali grazie allo stretto legame che c’è tra spazio e tempo. Quest’ultimo infatti è sfuggente, delinearlo chiaramente nella nostra mente è quasi impossibile, ci appoggiamo per definirlo a degli artifici spaziali: esso può essere lineare, con il futuro di fronte e il passato alle spalle, oppure è un cerchio e sottende una propria ciclicità.
Possiamo quindi dire con certezza che il tempo viene misurato grazie a delle analogie spaziali per mezzo di un diagramma spaziale, tramite cui la forma architettonica esprime il simbolismo temporale: il tempo si reifica nella forma costruita. Le rotazioni delle stelle nella loro ciclicità determinano il fluire senza interruzione che va dalla causa all’origine. I significati che esse sottendono si traducono in forma architettonica.

a. La croce proiettata dal movimento diurno del sole. b. La croce proiettata dal movimento annuale del sole fonte: Snodgrass A., 2012 pag. 2

a. La croce proiettata dal movimento diurno del sole. b. La croce proiettata dal movimento annuale del sole fonte: Snodgrass A., 2012 pag. 2

Il simbolismo architettonico racchiude dei principi generali che riscontriamo nelle costruzioni di molte parti del mondo antico:

  • lo spazio cosmico: è lo spazio che si contrappone allo spazio del caos e del disordine, che separa ciò che è dotato di forma dall’amorfo;
  • il centro: luogo dell’Unità da cui tutto si origina e da cui deriva la molteplicità;
  • l’asse verticale: il centro della forma costruita è la traccia dell’asse centrale dell’universo, che congiunge tra loro i livelli di esistenza e tutti insieme alla loro Sorgente. L’asse centrale dell’edificio è l’axis mundi, equivalente del fulcro della ruota del mondo;
  • la croce a sei bracci: l’asse verticale si combina con i due assi del piano orizzontale per formare una croce tridimensionali i cui sei bracci si irradiano dal centro verso le sei dimensioni dello spazio: i quattro punti cardinali, lo zenit e il nadir;
  • lo colonna cosmica: separa la Cupola del Cielo e il quadrato della Terra per creare lo spazio di mezzo.
a. Gli elementi del simbolismo architettonico: uno spazio cosmico definito, un centro, un asse verticale, la croce delle direzioni, il cerchio e il quadrato fonte: Snodgrass A., 2012 pag. 54

a. Gli elementi del simbolismo architettonico: uno spazio cosmico definito, un centro, un asse verticale, la croce delle direzioni, il cerchio e il quadrato fonte: Snodgrass A., 2012 pag. 54

 

a. Gli elementi del simbolismo architettonico: a. La croce a sei bracci b. il cubo e l’emisfero come i principi elementari fonte: Snodgrass A., 2012 pag. 56

a. Gli elementi del simbolismo architettonico: a. La croce a sei bracci b. il cubo e l’emisfero come i principi elementari fonte: Snodgrass A., 2012 pag. 56

Il filo rosso dell’architettura
In una visione romantica l’Architettura presuppone un sacrificio: riunisce le parti separate, smembrate dell’Unità Originaria che è ricomposta, rimessa insieme, destinata a nuova immagine. È un passaggio obbligato, in bilico tra mito e rito sacro; ciò che stupisce non è l’atto stesso ma come, analizzando i significati dietro l’architettura di popoli antichi, distanti tra loro migliaia di chilometri, vi si possa trovare un filo comune che lega episodi ad una prima riflessione inconciliabili sotto il manto delle stelle e del loro simbolismo. Lanciamoci quindi ora in un viaggio, volto a trovare queste analogie, a legare assieme i fili di una tela così poetica.
Nell’architettura Hindu il tracciato del tempio è un rituale nel quale un quadrato, che delimita il perimetro esterno dell’area sacra, viene tracciato a partire da un cerchio, diviso in quattro parti dalle direzioni dei quattro assi cardinali. La croce delle direzioni rende cosmico il quadrato e pone in relazione il suo centro con il centro dell’Universo, il Sole Metafisico. La prima operazione consiste nell’erigere un pilastro (gnomone) in questo centro e orientare il perimetro del quadrato una croce a sei bracci, allineata al ciclo solare. La ripartizione cruciforme del cosmo è comune a molti edifici indiani.

a. La planimetria del tempio come ruota del sole. a.Il kalasa come pinnacolo solare dello sikara. b. I bracci della croce nelle quattro direzioni segnano le posizioni del sole ai solstizi e agli equinozi, proiettate dal sole stazionario allo zenit fonte: Snodgrass A., 2012 p.p 118 - 119

a. La planimetria del tempio come ruota del sole. a.Il kalasa come pinnacolo solare dello sikara. b. I bracci della croce nelle quattro direzioni segnano le posizioni del sole ai solstizi e agli equinozi, proiettate dal sole stazionario allo zenit fonte: Snodgrass A., 2012 p.p 118 – 119

Le quattro facciate sono rivolte verso i punti nodali del sole sull’ellittica, ripartendo l’anno in quarti; questo è legato fortemente all’espansione quadripartita di spazio e tempo da un centro tipica del simbolismo indiano, ricco di divinità a quattro teste creatrici del mondo (Brahma, Agni, Rudra, etc…).

Esempi di planimetrie di templi basati sulla croce delle quattro direzioni. A. Il tempio di Brhadesvara a Tanjore, India Meridionale. B. Il tempio Brahmesvara a Bhubanesvar, India. C. Il Bayon, Angkor. D. Il tempio di Pre Rup, Angkor fonte: Snodgrass A., 2012 pag. 124

Esempi di planimetrie di templi basati sulla croce delle quattro direzioni. A. Il tempio di Brhadesvara a Tanjore, India Meridionale. B. Il tempio Brahmesvara a Bhubanesvar, India. C. Il Bayon, Angkor. D. Il tempio di Pre Rup, Angkor fonte: Snodgrass A., 2012 pag. 124

Se analizziamo l’architettura romana, da cui deriva buona parte della nostra cultura, vediamo come vengano sviluppati gli stessi temi: il paradigma delle piante degli edifici romani è il templum, lo spazio sacro per celebrazioni rituali. Nella sua etimologia troviamo il significato di “delimitare uno spazio sacro attraverso un quadrato”, esso infatti era la proiezione sulla terra della quadripartizione del cielo, Il riflesso terreste di un recinto celeste. La fondazione stessa delle città romane derivava da un profondo legame col simbolismo del sole fermo: il mundus, la buca scavata dall’intersezione cardo-decumano è il centro della città e del mondo, comunicazione tra il mondo terrestre e le regioni infere, quell’asse verticale connessione tra i vari regni.

La forma circolare del tempio romano stesso è un richiamo, mai troppo velato, a quella “dell’universo con un fuoco al centro, a cui era stato dato il nome di Vesta, il fuoco centrale attorno al quale ardono le stelle”. [4] Il tempio era quindi collegato al culto celeste, il rito consisteva nel camminare circolarmente intorno al focolare ad imitazione dell’universo attorno al suo centro.

Il templum terrestre come immagine riflessa del templum celeste fonte: Snodgrass A., 2012 pag. 212

Il templum terrestre come immagine riflessa del templum celeste fonte: Snodgrass A., 2012 pag. 212

Anche nell’architettura cinese la città era caratterizzata da un orientamento sui punti cardinali, con un asse nord-sud e una forma prossima al quadrato cinta da mura. Il metodo di orientare gli edifici verso questi punti è paragonabile a quello indiano: anche qui, inoltre, i movimenti del sole sono misurati dall’ombra proiettata di un pilastro-gnomone (pei). Per i cinesi la croce scandita da moti solari era il centro dell’Universo mentre il centro della Terra è “dove le quattro stagioni si fondono, dove il vento e la pioggia si raccolgono e dove ying e yang sono in armonia” [5]. L’imperatore era il centro dei quattro quartieri, da cui tutto si espande, il figlio del cielo e della terra, si trovava nel punto di confluenza dello spazio, era la traccia del centro supremo, generatore del cosmo totale.

La pianta della città di Wang – Ch’eng, il cui piano è tradizionalmente considerato in accordo con le prescrizioni contenute nel Chou-Li fonte: Snodgrass A., 2012 pag. 345

La pianta della città di Wang – Ch’eng, il cui piano è tradizionalmente considerato in accordo con le prescrizioni contenute nel Chou-Li fonte: Snodgrass A., 2012 pag. 345

Abbiamo percorso in fretta più di 16.000 chilometri, siamo decollati dall’India, per arrivare a Roma e poi ripartire per Pechino. Abbiamo guardato con occhio critico l’architettura del passato e abbiamo scoperto che, cambiando l’ordine degli addendi, il risultato è sempre il medesimo.
Vi sono delle invarianti nell’architettura antica che derivano da un sentimento comune, da un magnetismo che gli astri e l’Universo hanno sempre esercitato sul genere umano. Potremmo fare una scommessa e raggiungere civiltà più lontane, o quasi scomparse, ma saremmo stupiti nelle scoprire che anche in quel caso il simbolismo architettonico deriverebbe dalla matrice comune di cui abbiamo a lungo parlato.
Quello tra Architettura e Universo è sempre stato, quindi, un rapporto in divenire, che ogni popolazione ha declinato secondo la propria sensibilità e la propria conoscenza scientifica, tentando di dare forma ad una propria visione del mondo trascendente la mera realtà percepita dalla coscienza.
Anche l’uomo moderno, come tutti i suoi predecessori, si è confrontato con questa dialettica tentando con le armi a sua disposizione di stabilire un rapporto nuovo e più profondo con le stelle e lo spazio. Il salto in questa ricerca è avvenuto agli albori del secolo scorso grazie alle scoperte del fisico tedesco Albert Einstein. La pubblicazione nel 1905 della sua “Teoria della Relatività Ristretta”, e nel 1915 della “Teoria della Relatività”, mise in crisi tutto il sistema di riferimento newtoniano; massa ed energia, da sempre considerate misure tra loro slegate vennero finalmente messe in relazione, legate tra loro da un valore numerico molto preciso: la velocità della luce.
Gli astronomi iniziarono a guardare ad un Universo differente: curvo, dove materia e campi gravitazionali erano le caratteristiche di un tutto unico. L’arte e l’architettura scosse, ammaliate e rapite da queste nuove scoperte, irrorate di nuova linfa, generarono esiti che avrebbero scosso il mondo sensibile sin dalle fondamenta. Il Cubismo tentò di avvicinare l’osservatore verso una comprensione della realtà concettuale e allo stesso tempo intuitiva; la pittura comincia a fare a meno della profondità, sottolineando la bidimensionalità della tela. Non ci sono vuoti, ma una trasposizione dello spazio tridimensionale sulla tela, lo spazio è completamente pieno.
Duchamp mostrò un forte interesse per la geometria di Riemann e per gli spazi n-dimensionali, ma con una sensibilità propria che lo portò non tanto a prendere sul serio la questione teorica, piuttosto ad interessarsi alle aperture mentali a cui essa poteva condurre.

Marcel Duchamp., Il Grande Vetro 1912 - 1923 fonte: www.francescomorante.it

Marcel Duchamp., Il Grande Vetro 1912 – 1923 fonte: http://www.francescomorante.it

L’architettura trovò la reificazione di queste nuove scoperte nelle gesta di un giovane architetto: Erich Mendelsohn. Le sue sono composizioni nelle quali le traiettorie sono lanciate nello spazio, dove l’elemento cardine della sua concezione spaziale è l’orizzonte. Non un orizzonte rettilineo ma curvilineo, in cui la rete spazio-temporale viene deformata dalla massa dell’edificio che entra in rapporto stretto con lo spazio nel quale essa va ad inserirsi. È un rapporto di mutua influenza, di affermazione e presenza della propria esistenza in relazione con un sistema, un network di relazioni dove, tirando un filo di questa maglia, si generazioni nuove interazioni. È l’avvio di un approccio processuale all’architettura che andrà evolvendosi in tutto il secolo a venire cambiando completamente le regole del gioco, trovando sempre nuovi mezzi attraverso cui esprimersi.

Mendelsohn Eric., Torre Einstein_schizzo fonte: www.archdaily.com

Mendelsohn Eric., Torre Einstein_schizzo fonte: http://www.archdaily.com

Mendelsohn è l’astronauta di una nuova architettura, è il Prometeo che, coraggiosamente, abbandona una dimensione consolidata, rassicurante per lanciarsi nell’incertezza della scoperta, sfidando leggi che aveva, sino ad Einstein, mai osato mettere in discussione. La sua Torre Einstein è più di un edificio, è uno strumento scientifico, è la navicella spaziale che rompe le maglie newtoniane e vola verso nuovi universi sconosciuti.

Mendelsohn Eric., Torre Einstein fonte: www.archdaily.com

Mendelsohn Eric., Torre Einstein fonte: http://www.archdaily.com

Valerio Perna | nITro

Note
[1] Bowie D., Space Oddity, 1969
[2] Snodgrass A., Architettura, Tempo, Eternità, Bruno Mondadori, Milano, 2012 pag. 73
[3] Ivi pag. 4
[4] Plutarco, Numa, II in Snodgrass A., 2012
[5] Chou Li, III in Snodgrass A., 2012

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