“La grande bellezza” vince l’Oscar: il segreto è nel titolo

Il titolo del film di Paolo Sorrentino “La grande bellezza” rimanda a molte interpretazioni diverse, ma è la sua decodifica oggettiva la chiave dell’opera. Che non si può capire se non si ricorda la differenza tra messaggi connotativi e denotativi.

IMG_0436L’occasione della vittoria de “La grande bellezza” all’Oscar permette di rinfrescare una differenza che è utile per capire più in profondità non solo il bel film di Paolo Sorrentino, ma anche questioni rilevanti della comunicazione, anche quella quotidiana. Si tratta della differenza tra messaggio connotativo e denotativo.

Se dico “quanto sei brutto” in maniera ferma e seria intendo dire esattamente questo. L’animale che mi sta davanti è proprio brutto. Ma tutti sanno che possono usare la stessa espressione per  dire il contrario. Posso dire “Quanto sei brutto”, e voglio dire che il mio cagnolino è splendido, è un vero amore e noi lo amiamo. Tutto dipende dal come o meglio dal “contesto”: dall’espressione del viso, dal tono della voce, dall’atteggiamento del corpo eccetera. In un caso voglio dire “esattamente” quello che dico (valore denotativo), nell’altro  il suo contrario (ed è un caso estremo di valore connotativo).

Il grande segreto del film di Sorrentino si gioca anche  su questa doppia accezione del titolo del film.

Di norma tutti pensano che il titolo “La grande bellezza” abbia un valore ampiamente connotativo  e si domandano… chissà a che cosa allude questo titolo? Forse la grande bellezza di Roma? Forse la bellezza dell’amore? Forse quella delle architetture segrete? O forse la bellezza del mare o del cielo?

Pochi mettono a fuoco che il titolo del film ha invece un significato ben preciso, non ha affatto un valore connotativo ma al contrario è tutto denotativo, tutto oggettivo. Ora capire che cosa sia esattamente questo significato fa compiere un triplo salto a chi vede il film, e riapre l’apprezzamento dell’intera opera. Ecco dunque:

Il film non è un film cinico, ma al contrario è un film che fa della ricerca di un’amarognola empatia verso il mondo e gli uomini il suo motivo conduttore. È anche un film catartico perché mostra un percorso che progressivamente fa emergere il passato come un “utile” viaggio “perché fa lavorare l’immaginazione” come si evince dalla citazione di Celine in apertura. Ma questa comprensione, come quasi sempre in Sorrentino, emerge solo da una serie di crisi.

Jep che non scrive da quarant’anni, a sessantacinque passa attraverso delle prove che pur non modificandolo anzi proprio senza modificarlo ma soltanto, “stratificandolo”, gli  aggiungono un layer che diventa però decisivo, catartico appunto. Le esperienze fondamentali che attraversa sono progressivamente più gravi: l’addio dell’amico fallito, la morte della ex ragazza che lo ha sempre amato e il suo diario distrutto, la vicenda agro dolce con la Ramona-Ferilli e naturalmente la frase “le radici sono importanti” che annulla la futilità della religione cardinalizia che parla sempre e solo di cibo, o il suo stesso lavoro da giornalista.

Jep torna alla radice de “La grande bellezza”: va al faro, rivive quell’attimo lontano e fumando capisce come far vivere dentro di sé insieme a tutti i suoi strati, quello dell’io adolescente e attraverso quello anche la forza annebbiata dell’io scrittore. Tutto rientra nel dialogo finale  e nella scena ultima lo dice. Dice infatti che il suo nuovo romanzo può finalmente cominciare,  dopo quarant’anni ritrova la forza, la ragione di scrivere.. Ha anche un titolo per il nuovo libro: La grande bellezza (eccolo il valore denotativo: si tratta del titolo del nuovo libro).

IMG_0372E tutto così si avvolge come in un nastro Möbius, perché noi all’indietro leggiamo La grande bellezza (nella sceneggiatura) e vediamo il film stesso de “La grande bellezza” e quello che vediamo è quindi come se fosse “la storia” della nascita del film e allo stesso la sua sostanza. In un dolce ondeggiare, come onde su un soffitto

Antonino Saggio | nITro

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