Sull’origine. Architettura come Archè

Può l’architettura ritrovare il proprio senso al di là dell’ansia di novità e delle mode spettacolari? Nel saggio Sull’origine. Architettura come Archè, Renato Capozzi risponde con una sfida: non un nostalgico sguardo al passato, ma un’”andata” consapevole alle radici del progettare. Ripartendo dall’etimologia greca di architéktōn, l’autore dimostra come l’architettura non sia una semplice risposta funzionale, bensì un atto primordiale per mettere ordine nel caos. Attraverso una densa genealogia che dagli archetipi mentali e naturali conduce al tipo e all’opera finita, Capozzi critica il pragmatismo esasperato della scena contemporanea — a partire dai fundamentals di Rem Koolhaas — per rivendicare il valore poetico del passato. Un manifesto teorico e metodologico di rara coerenza, fondamentale per supportare teoricamente anche le prassi progettuali più recenti, come il nuovo padiglione FootFood.

Nel saggio Sull’origine. Architettura come archè, Renato Capozzi si muove a partire dall’interrogativo fondamentale posto nel primo capitolo: ha ancora senso, oggi, parlare di origine, di archè e di archetipi in architettura?
Com’è noto, il termine greco arché (ἀρχή) designa il principio originario e fondativo di ogni cosa. Da qui discende l’etimologia di architéktōn (ἀρχιτέκτων), combinazione delle radici arché — intesa come principio, fondamento e guida — e téktōn (τέκτων), ovvero il costruttore, l’artigiano. Ne consegue un passaggio chiave su cui queste pagine si sono più volte soffermate: l’architettura non nasce per rispondere a un mero bisogno pratico o funzionale, bensì per imporre un ordine laddove regnava il caos, strutturando e codificando un vero e proprio sistema di informazioni. La risposta che il libro sviluppa è affermativa, e per una ragione precisa: riferirsi agli archetipi nasce da un’esigenza di intelligibilità delle forme, in contrasto con l’insensatezza di parte dell’architettura contemporanea. È un invito alla profondità, in cui si ricerca la reale «forma necessaria», la forma in grado di esprimere l’adeguatezza.  Capozzi indaga il tema dell’origine intesa come radice e riferimento costante dell’architettura nel suo inesauribile processo di ricerca di senso. La tesi fondamentale dell’autore non si configura come un movimento regressivo, ma piuttosto come un’indagine propositiva: l’intento è, usando le sue stesse parole:

«Non un nostalgico o derivativo “ritorno” alle origini  ma una “andata” all’origine primigenia per ritrovare il significato autentico delle forme.»

In questo viaggio «all’andata alle origini dell’architettura», come in ogni viaggio che si rispetti, l’importante non è l’arrivo quanto il suono dei passi. Andando, l’autore delinea una genealogia del progettare consapevole attraverso tre concetti: archè, archetipo e tipo.  Capozzi adotta e propone un metodo teorico, analitico e filosofico. In un certo senso fa un salto al di là dell’orizzonte, lo scavalca e ci educa a un cambio di prospettiva.  Il suo è un procedimento ipotetico-deduttivo (top-down), che procede dai concetti astratti alla materia concreta del fare. Attraverso continui rimandi letterari e filosofici, l’autore smonta le convenzioni contemporanee e analizza gli archetipi spaziali fondativi.

Il primo capitolo, «Cos’è origine», attraversa nell’ordine: mito, storia, filosofia, scienza, arte e architettura, per mostrare come l’archetipo, modello astratto che attraversa il tempo, si manifesti in ogni campo del sapere. Si parte dal mito per una ragione che il testo esplicita: il mito è in sé una prima forma di storia, che contiene potenzialmente ogni sviluppo successivo; questo espediente narrativo è quindi utile a chiarire la dimensione a-storica dell’archetipo.

Il secondo capitolo, «Gli archáî», costruisce la genealogia vera e propria. Dagli archetipi naturali (la Grotta, il Bosco, la Radura) si passa a quelli psichici, sedimento collettivo nella coscienza umana, e da questi, per distillazione e astrazione, a quelli architettonici. L’archetipo architettonico prelude al tipo, che ne abbassa il livello di astrazione.

«Gli archetipi sono come i letti dei fiumi abbandonati dall’acqua,  che però possono nuovamente accoglierla dopo un certo tempo».  Carl Gustav Jung 

I macro-temi scelti sono atti a delineare una vera e propria genealogia del progetto, proponendo di volta in volta un procedimento logico e compositivo che muove dall’archetipo, passa per il tipo e giunge infine all’ectipo (l’opera nella sua realtà concreta e tangibile).  Tra i molteplici archetipi possibili, lo studio individua nel Recinto e nel Riparo quelli più pregnanti per l’architettura. Essi ipostatizzano gli atti primordiali del recingere/delimitare e del coprire/proteggere.

Il terzo capitolo, «L’archè dell’architettura», porta la genealogia dentro il progetto. Capozzi riprende il percorso descritto da Monestiroli, dal tipo al sistema costruttivo fino al carattere, e vi aggiunge due condizioni: l’«andata» agli archetipi e un uso fertile dell’analogia. L’essenza dell’architettura è poi ordinata attorno a cinque azioni: abitare, costruire, pensare, formare, trasformare.  Il tipo è quindi inteso come «azione» che modello; è proprio in questo passaggio che l’autore si smarca da quello che sarebbe potuto essere un cortocircuito narrativo.

Il quarto capitolo, «Il futuro dell’origine», dichiara lo scopo del libro: contrastare la tendenza, soprattutto fra i più giovani, a inseguire mode; l’autore oppone un’architettura intellettuale che non cerca tanto di vendersi quanto di «capirsi ed essere capita». Il nuovo in architettura deve rimanere agganciato al passato, perché, come ricorda Pavese, lo stupore si cerca nel passato e non nella novità: altrimenti il nuovo risulta gratuito e meramente spettacolare. Capozzi usa spesso il termine memoria, non certo riferito a un ambito linguistico post-moderno, ma per la natura pscichica e quindi soggettiva di quest’ultima: »non vediamo le cose , per come sono ma per come siamo». A ben vedere è proprio grazie a questa azione che si può dedurre-ipotizzare «la storia degli effetti» (Wirkungsgeschichte).

«L’origine è la méta» Karl Kraus.

Renato Capozzi, Disegno dell’autore contenuto in Sull’origine. Architettura come Archè

Infine, l’autore, schierandosi e muovendo critiche all’architettura contemporanea ma anche, in particolare, a Rem Koolhaas e ai suoi fundamentals, chiarisce ulteriormente cosa intende per archetipi. Gli archetipi teorizzati da Capozzi sono strumenti primigeni e immateriali. Se i fundamentals dell’approccio olandese sono elementi pragmatici (scale, finestre, solai), non potranno mai dare gli stessi esiti poetici ottenibili tramite matrici di senso astratte, i morfemi dall’autore proposti. A questo proposito, credo sia interessante richiamare una citazione da Oceano mare di Alessandro Baricco. «Per disegnare il mare bisogna trovare gli occhi di chi guarda,  altrimenti il mare è solo acqua.»  Bartleboom, Alessandro Baricco. Forse in architettura il discorso è lo stesso:  per progettare lo spazio è necessario risalire all’origine, all’archè, agli archai…

Il pregio maggiore del libro è la sua coerenza: il metodo che propone è lo stesso che pratica. La coppia type/token che regge, dichiaratamente, la sua struttura argomentativa si ripete a ogni scala, dall’archetipo al tipo all’opera. Il libro propone lo stesso metodo che ci illustra nell’atto stesso di seguirlo.  Il metodo e gli strumenti con cui si affrontano i vari capitoli sono gli stessi che muovono il macro-capitolo nei confronti dell’unità testuale elementare, cioè la tesi del saggio. Il prezzo di questo rigore è una scrittura densa di significati. Dal punto di vista del lettore non specializzato, le molte citazioni determinano una certa ambiguità nell’individuare la posizione specifica dell’autore da quelle che convoca. In questo quadro, la costruzione nel 2026 del nostro padiglione FootFood cui questo numero di On/Off magazine è dedicato, fornisce un interessante confronto con il libro di Capozzi perché tocca uno dei punti su cui Capozzi è più netto: l’origine come metà, la ricerca dell’origine come estrema novità.

Renato Capozzi, Sull’origine. Architettura come archè, Mimesis Edizioni, 2026  pp. 174 euro 14

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