Per secoli la massima velocità con cui l’umanità viveva e abitava i luoghi è stata quella del passo, o tutt’al più degli animali impiegati come mezzo di trasporto. I progressi tecnologici hanno permesso un’accelerazione che ha compresso lo spazio e il tempo. L’efficienza è diventata il criterio dominante, mentre il territorio si è progressivamente trasformato in una superficie da percorrere nel minor tempo possibile. Oggi, tuttavia, qualcosa sembra cambiare. La crescente diffusione dei cammini, il successo delle esperienze di turismo lento, la valorizzazione delle produzioni locali e il rinnovato interesse per pratiche antiche come la transumanza sono segnali dell’emergere di una sensibilità che rimette al centro la relazione tra uomo, natura, comunità e paesaggio e potrebbero rappresentare non fenomeni distinti, ma diverse espressioni di un medesimo modo di abitare il territorio, fondato sulla lentezza, sulla relazione e sulla cura dei luoghi.

Camminare è probabilmente il gesto culturale più antico dell’umanità. Bruce Chatwin, ne Le vie dei canti [1], suggeriva che l’essere umano è nato per muoversi e che il cammino costituisce una forma originaria di conoscenza e “creazione” del mondo. A quest’idea fa eco il lavoro dell’antropologo Tim Ingold, il quale sostiene che gli uomini non abitano uno spazio già dato, ma lo costruiscono vivendo e percorrendolo. Il mondo non è una superficie sulla quale ci si sposta da un punto all’altro, bensì un intreccio di linee [2], di percorsi e di relazioni che prendono forma attraverso il movimento [3]. Prima ancora di essere un mezzo per raggiungere una meta, il passo diventa così un modo di entrare in connessione con il paesaggio, di misurare il tempo secondo il ritmo del corpo e non quello delle macchine.
Per questo motivo, l’attuale successo dei cammini non può essere spiegato soltanto con il desiderio di vacanze sostenibili o di attività all’aria aperta. Esso rivela una ricerca più profonda: quella di un diverso modo di abitare il mondo. Camminare significa restituire valore all’intervallo, all’attesa, all’incontro. Significa riappropriarsi di una dimensione esperienziale che la società dell’accelerazione ha quasi cancellato.
Interessante, in questo contesto, è la distinzione operata dall’antropologo Annibale Salsa tra “panorama” e “paesaggio” [4]. Il panorama è ciò che osserviamo; il paesaggio è ciò che comprendiamo, perché nasce dall’intreccio fra natura, storia e lavoro umano. Ogni sentiero racconta secoli di relazioni: boschi governati, pascoli modellati dalla presenza degli animali, terrazzamenti, coltivazioni, mulattiere, piccoli borghi. Camminando si scopre che il territorio non è mai un dato naturale, ma un’opera collettiva, continuamente costruita dall’interazione fra comunità e ambiente.
Un esempio emblematico è quello di Foncebadón, piccolo villaggio lungo il Cammino di Santiago, sui monti della León. Dopo aver conosciuto secoli di vitalità grazie ai pellegrini medievali, nel Novecento il borgo si spopolò progressivamente fino a essere quasi completamente abbandonato, con edifici ridotti in rovina e pochissimi abitanti rimasti. La rinascita del Cammino di Santiago, a partire dagli ultimi decenni del secolo scorso, ha però invertito questa traiettoria: il ritorno dei pellegrini ha favorito il recupero delle abitazioni, l’apertura di ostelli e attività locali e la ricostruzione di un tessuto sociale ed economico. Foncebadón mostra come un cammino possa diventare un’infrastruttura culturale capace di restituire vita a territori marginali, ricreando relazioni tra persone, paesaggio ed un’economia radicata nelle risorse locali.


Dove tornano i cammini riemergono spesso piccoli forni, aziende agricole, allevamenti, produzioni casearie e forme di ospitalità diffuse. Il valore del percorso, dunque, non risiede esclusivamente nell’esperienza del camminare, ma nella capacità di riattivare un sistema di relazioni nel quale paesaggio, cultura e cibo si sostengono reciprocamente. Il cammino restituisce persone ai luoghi; il cibo restituisce ai viandanti lo spirito di quei luoghi. Un pane ottenuto da grani antichi, un formaggio d’alpeggio, un olio prodotto su terrazze affacciate sul mare, un vino ricavato da un vitigno autoctono, un legume coltivato in una valle marginale raccontano molto più della semplice storia di un alimento. Raccontano una civiltà!
Il progetto culturale di Slow Food, promosso da Carlo Petrini, è un esempio di questo approccio. L’idea di un cibo “buono, pulito e giusto” rappresenta infatti una sintesi etica prima ancora che gastronomica. Buono perché capace di custodire qualità e piacere; pulito perché rispettoso degli ecosistemi; giusto perché fondato sulla dignità del lavoro e sulla giusta remunerazione di chi produce [5].
I Presìdi Slow Food costituiscono il laboratorio concreto di questa filosofia. Essi proteggono produzioni minacciate dalla standardizzazione industriale, ma soprattutto difendono sistemi ecologici complessi. Salvare una razza autoctona o una varietà agricola significa conservare una rete di conoscenze costruita nel corso dei secoli, mantenere vivo un paesaggio e offrire una prospettiva economica alle comunità locali.
In questa prospettiva il cammino diventa così un’esperienza educativa. Il viandante che incontra un pastore, un casaro o un agricoltore comprende che dietro ogni prodotto esiste una lunga storia di adattamenti ecologici e culturali. L’alimentazione torna a essere un atto di conoscenza. Come scrive Wendell Berry, “mangiare è un atto agricolo” [6]: ogni scelta alimentare sostiene un determinato modello di relazione con la terra.

Nel quadro che tiene insieme il concetto del camminare e quello del cibo, è possibile inquadrare il rinnovato interesse verso l’antica pratica della transumanza, recentemente riconosciuta anche come patrimonio culturale. La sua etimologia è illuminante. Dal latino trans humum, “attraversare la terra”, emerge un’idea radicalmente diversa da quella della mobilità contemporanea: attraversare non significa dominare lo spazio ma seguirne i ritmi. Si tratta del movimento delle greggi tra pianure e montagne secondo l’alternarsi delle stagioni, ma è anche una forma di intelligenza ecologica, fondata sull’uso equilibrato delle risorse, sulla rigenerazione dei pascoli e sulla conoscenza profonda degli ecosistemi.
Per secoli i tratturi hanno costituito vere infrastrutture territoriali. Lungo di essi non transitavano soltanto gli animali, ma circolavano tecniche casearie, sementi, racconti, canti, dialetti e tradizioni. Erano corridoi ecologici e culturali, capaci di connettere comunità lontane e di modellare il paesaggio molto prima che l’urbanistica moderna parlasse di reti territoriali. Molti dei prodotti oggi riconosciuti come eccellenze gastronomiche sono il risultato diretto di questa mobilità lenta. La biodiversità alimentare è figlia della biodiversità culturale.
Forse non è una coincidenza che molti cammini contemporanei seguano proprio le antiche vie della transumanza. Il viandante di oggi percorre gli stessi tracciati che per secoli hanno reso possibile una forma di economia circolare ante litteram, capace di mantenere un equilibrio tra attività umana e ambiente senza esaurire le risorse disponibili. Ingold parlerebbe di un meshwork, un tessuto di linee intrecciate nel quale uomini, animali, sentieri e paesaggi coevolvono senza separazioni rigide tra natura e cultura.
Questa convergenza fra cammini, cibo e pratiche millenarie trova una sintesi nell’idea di ecologia integrale proposta da Papa Francesco nell’enciclica Laudato si’ [7] . Il pontefice invita a superare la contrapposizione tra tutela dell’ambiente, giustizia sociale ed economia, ricordando che “tutto è connesso”. La crisi climatica, la perdita di biodiversità, l’abbandono delle aree interne e le disuguaglianze economiche non sono problemi separati, ma manifestazioni della medesima frattura tra l’uomo e il creato.
Su un piano laico, questa intuizione dialoga profondamente con il pensiero complesso elaborato dal filosofo e sociologo Edgar Morin, secondo cui la crisi contemporanea deriva dall’incapacità di cogliere le relazioni e le interdipendenze che costituiscono il reale. La conoscenza moderna ha spesso frammentato ciò che è intrinsecamente connesso, separando discipline, fenomeni e contesti. Per Morin, il compito della conoscenza è ricomporre tali connessioni, sviluppando un pensiero capace di comprendere la complessità [8].
In questo senso i cammini rappresentano una forma di pedagogia della complessità. Camminando si comprende che il paesaggio dipende dall’agricoltura, l’agricoltura dalla biodiversità, la biodiversità dalle pratiche pastorali, queste ultime dalle comunità che ancora abitano montagne e campagne. Nulla esiste isolatamente. Lo spazio stesso non è un contenitore immobile, ma prende forma attraverso i percorsi che continuamente lo attraversano.
Cammini e Slow Food appaiono così come esperienze convergenti, che invitano a sostituire la logica dello sfruttamento con quella della cura, la crescita quantitativa con la qualità delle relazioni, il consumo dei luoghi con il loro abitare.

La nuova coscienza ecologica che lentamente emerge nelle società contemporanee non consiste soltanto nella riduzione delle emissioni o nell’adozione di tecnologie più efficienti. Essa implica una trasformazione culturale molto più radicale: imparare nuovamente ad attraversare la terra senza impoverirla, riconoscendo che ogni gesto di mobilità, così come quello di nutrirsi, contribuisce anche a costruire il paesaggio, bene comune nato dal dialogo secolare fra natura e lavoro umano, e che il cibo è il frutto di questo dialogo e non di una filiera anonima.
Il camminare come modo di abitare il mondo restituisce così centralità alla dimensione umana dello spazio, opponendosi alla riduzione del territorio a semplice supporto della mobilità.
Forse la transizione ecologica comincia proprio da qui: da un passo più lento, da un pane che racconta il suo campo, da un gregge che percorre ancora gli antichi tratturi, da un viandante che riscopre che il mondo non è fatto di punti da collegare ma di percorsi da vivere. Camminare, nutrirsi, progettare e custodire il territorio diventano così modi diversi di esprimere un’unica responsabilità: abitare la Terra senza smettere di averne cura.
di Davide Motta | nITro
Note
[1] BRUCE CHATWIN, Le vie dei canti, trad. it. di Silvia Gariglio, Adelphi, Milano, 1988.
[2] TIM INGOLD,Lines. A Brief History, Routledge, London-New York, 2007.
[3] TIM INGOLD, Being Alive. Essays on Movement, Knowledge and Description, Routledge, London-New York, 2011.
[4] ANNIBALE SALSA, I paesaggi delle Alpi. Un viaggio nelle terre alte tra filosofia, natura e storia, Donzelli, Roma, 2019.
[5] CARLO PETRINI, Buono, pulito e giusto. Principi di una nuova gastronomia, Einaudi, Torino, 2005.
[6] WENDELL BERRY, “The Pleasures of Eating”, in What Are People For?, North Point Press, San Francisco, 1990, pp. 145-152.
[7] PAPA FRANCESCO, Laudato si’. Enciclica sulla cura della casa comune, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano, 2015.
[8] EDGAR MORIN,La testa ben fatta. Riforma dell’insegnamento e riforma del pensiero, trad. di Susanna Lazzari, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2000.
Molto interessante questo articolo, in totale sintonia con la trilogia “Hodologia 7:3:1” (LetteraVentidue, 2026) disponibile in open access, in cui sono sistematizzate le pratiche del camminare in relazione alla ricerca-azione, al progetto e alla didattica. Link: https://letteraventidue.com/it/libri/hodologia-731-rizzi-massaro-parentini-pace