Sfera / Sfere

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Credits: Gianluca Peluffo, via Facebook

Ho avuto per molti anni una vera allergia per le sfere. Come ogni buon architetto funzionalista, pensavo che imbrigliare la forma in una sfera fosse imprigionare le potenzialità legate alla differenziazione degli usi per il prevalere di una sorta di assoluto platonico. Respingevo l’icona sfera, quindi, per ragioni di sostanza che poi naturalmente diventavano questioni “di gusto”, come si chiamavano una volta. Pagano faceva sfere? Terragni faceva sfere? Non pensavo quindi neanche io a disegnare sfere ma il loro opposto, disegnavo “piani”. Era il piano, bidimensionale, libero ed astratto, la chiave del gusto anti figurativo cui mi sentivo di appartenere.

Certo c’era quel libro…da “Ledoux a Le Corbusier” (di Emil Kaufmann del 1933 edito in italiano da Mazzotta) e quelle traiettorie cosmiche negli schizzi di Erich Mendelsohn, che mettevano un poco in crisi questa certezza, ma erano eccezioni: la linea funzionalista e modernista evitava la sfera quale simbolo di unità e perfezione. La sfera richiamava un mondo chiuso e finito, appartenente ad una logica passatista mentre tutta la logica modernista era protesa verso un sentire aperto e dinamico che lanciava saette nello spazio per conquistarlo con i suoi vettori. Boccioni, Gropius del monumento ai Caduti di marzo e, più di recente, il Daniel Libeskind di “da Zero a Infinito” avevano chiaramente una estetica “vettoriale”.

Queste certezze logiche ed estetiche sono state messe in crisi nella seconda parte degli anni Duemila quando sono entrato in contatto con il pensiero sistemico. L’ho fatto direttamene dalla porta maestra con una frequentazione personale con John Allen, uno dei più grandi ecologisti, ideatore e creatore del progetto Biosphere II a Oracle in Arizona. Approfondendo la frequentazione con Allen sino a diventare io stesso nel 2016 Fellow dell’Institute of Ecotehnics, anche la sfera è ritornata in campo ed ho dovuto fare i conti con quanto avevo rifiutato.

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Clair Folsom

Per spiegare questa progressiva re-immissione della sfera nel mio mondo di architetto cominciamo da una prima immagine. È quella di Clair Folsom che tiene in mano e guarda un’ampolla. Si tratta di un esperimento scientifico che dimostra la sopravvivenza di un mondo di batteri che allignano in un’ampolla sigillata rispetto al mondo esterno, ma che ha al suo interno una precisa proporzione tra acqua, aria e microrganismi.  Questo esperimento e anzi la stessa immagine dell’ampolla chiusa – che ho usato come titolo di un mio scritto (“Datemi un’ampolla e vivrò”) – esemplifica uno dei concetti chiave in ecologia. Un sistema ecologico è sostanzialmente “chiuso”, altrimenti non sarebbe un sistema!  Esistono delle azioni che vanno in circolo, a loop nel famoso anello di retroazione. Nell’ampolla un microrganismo vive e muore in questo mondo chiuso alimentando la catena della sopravvivenza. Quindi, facendo un balzo di nuovo all’architettura e alla sfera, mentre il vettore simboleggia un’idea di apertura, di conquista ed espansione infinita, una sfera sta a significare che esiste un equilibro dinamico tra azioni e retroazioni, tra produzioni e scarti per creare appunto un “ciclo”.

Pochi sanno che il Conte Camillo Benso di Cavour era affascinato da questa idea che implementò nella sua proprietà a Leri in Piemonte.

Torniamo a noi. Mentre la sfera mi sembrava dal punto di vista funzionalistico “una prigione” rispetto alle potenzialità dell’uso, dal punto di vista della logica sistemica essa è invece una sorta di simbolo primario.

John Allen prende spunto dal lavoro di Vladimir Vernadsky – un grande geologo russo che mise a punto anche il concetto della coesistenza dinamica di diverse sfere (la geosfera, la tecnosfera la noosfera e naturalmente la biosfera). Un concetto fondamentale di questo approccio è il fatto che pensare in termini puramente ambientali è quanto di più errato rispetto ad un ragionamento sistemico possa esistere perché esclude le altre sfere che si intrecciano e si influenzano l’una con l’altra. Un altro equivoco che è bene affrontare è il doppio uso del termine sfera. In un caso l’immagine della sfera è puramente metaforica (la tecnosfera o la noosfera – la  sfera della conoscenza), mentre in altri casi l’immagine è effettivamente fisica come nel caso della geosfera o della biosfera. Quest’ultima, in particolare, prende effettivamente la forma del globo terreste e della sua atmosfera. Ora guardare alla sfera della vita apre un interessante rapporto tra permeabilità ed impermeabilità che sono aspetti decisivi per fare funzionare la vita dell’ecosistema. È chiaro che l’atmosfera svolge un ruolo di elemento di filtro permeabile nel lasciare passare la luce solare – essenziale al ciclo della vita – o per bruciare elementi estranei e radiazioni dannose. Quindi si tratta di una chiusura, ma con alcuni gradi di “permeabilità”. Lo stesso ovviamente avviene nel suolo, permeabile nell’alimentare le falde idriche ma che deve essere (o dovrebbe essere) chiuso rispetto ai minerali fossili che devono essere lasciati nel sottosuolo perché il perforare la crosta terreste e farli fuoriuscire non può che provocare a lungo andare la morte del pianeta. Questo insieme di riflessioni, alcune esplicite alcune implicite, che ho voluto volontariamente “semplificare” sono contenute in una serie di video frutto di conversazioni con John Allen e con l’amico Sergio Crocik, da cui ho estratto l’immagine principale: un mappamondo bendato. Questa immagine fu per me la chiave per mettere insieme l’idea di vettore e l’idea della sfera. In queste conversazioni a lungo mi soffermavo sulla logica vettoriale e dinamica del pensiero funzionalista e spiegavo la mia lontananza dall’idea di sfera per le ragioni che ho accennato, ma l’idea di un net o di una benda che invece di lanciare vettori all’infinito si riavvolgesse su stessa mi sembrava molto efficace. Come dire “bendare”, curare o rimmagliare il pianeta mi sembrava una idea efficace per pensare all’architettura in questa fase storica, una immagine suscettibile di molte diverse interpretazioni sia metaforiche che meta progettuali.

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Questo scritto è stato stimolato dal un post su Facebook di Gianluca Peluffo del 4 gennaio 2017 in cui altri amici architetti sono intervenuti.

Si trattava di due immagini messe in sequenza ognuna composta da un dittico. il primo dittico vedeva la sfera di un mappamondo e la sua riflessione su uno specchio, il secondo dittico due planimetrie di un disegno di Gianni Pettena “Nature vs Architecture”, ripubblicati da “Domus” nel 2012.

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Gianni Pettena, Nature vs Architecture, via Domus

A me questa sequenza di due immagini in quattro movimenti aveva fatto pensare ad un “teorema” probabilmente non condiviso né da Pettena né da Peluffo, ma che a me interessava enunciare.

Ecco di cosa si trattava, parafrasando quanto scritto a suo tempo.

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Louis Kahn, Convento delle suore domenicane a Media

I disegni di Pettena sembrano partire implicitamente da un disegno di Louis Kahn, il Convento delle Suore domenicane a Media. Il disegno di Kahn afferma la dialettica tra contenitore – rigido e chiuso: le celle – e contenuto – costituito da un insieme di forme libere: i servizi comuni.  I due disegni di Pettena portano avanti la dialettica. Nel primo le forme si liberano dal precinto che le racchiude e si scontrano con le curve di livello eliminando il precinto che le racchiudeva; nel secondo le forme prendono un andamento curvilineo e ripercuotono le loro forme nelle curve di livello che ora sembrano reagire ed accogliere la loro esistenza.

Ora accostare questo disegno alla fotografia di un mappamondo come ha fatto Peluffo a me ha fatto pensare che le forme curvilinee possono essere interpretate come zolle tettoniche (la teoria si chiama Tettonica delle placche) e le curve di livello diventare onde del mare. Le zolle o quelli che oggi chiamiamo i continenti sono allo stesso tempo “trattenute” entro la sfera del nostro globo ma sono anche libere nel prendere giaciture tra loro diverse sulla spinta di un insieme complesso di forze. Il precinto in questo caso sarebbe il globo: il globo trattiene, chiude, crea il sistema, ma lascia le parti libere di trovare dinamicamente le loro forme e collocazione.

Questa idea ha una chiave reale e una metaforica, una “macro” alla scala del globo e una micro che si può adattare benissimo ad un modo di pensare ai nostri progetti. Questa interpretazione è derivata dall’accostamento tra l’immagine del mappamondo e l’immagine planare dello stesso mappamondo riflesso nello specchio. E mi sono messo a fantasticare di come questo insieme possa essere “scritto” algoritmicamente per formare uno script per lo sviluppo di tanti dei nostri progetti che si giocano tra dati fissi di contesto e situazioni libere di trovare la loro ragione e la loro giacitura migliore in un contesto cui reagiscono e conformano allo stesso tempo.

Come non sfuggirà a nessuno che legge queste pagine, qui non stiamo parlando di pure teorie, stiamo parlando di alcune idee decisive nella formulazione dei nostri progetti.

Ora il complesso intreccio tra continenti e venti, mare e aria che determina le mutazioni della forma dei continenti del globo non è qualcosa di vicino alle variazioni che subiscono i nostri progetti al variare delle situazioni del contesto (sia fisico che ambientale che sociale)? E questo complesso processo di negoziazione può avvenire dentro una sfera? Forse si, esattamente. Questa una delle ipotesi su cui lavoriamo anche perché della sfera, come simbolo e sostanza di un approccio sistemico, non credo in questa fase storica possiamo sfuggire.

Antonino Saggio | nITro

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