CONOSCENZA CONCETTUALE – SCENEGGIATURA – SCACCHIERA: PROCESSI APERTI

La Sceneggiatura delle scelte concrete è un volume didattico e di ricerca. Presenta gli esiti del seminario “Linee di ricerca” che si è svolto nell’AA 2016-2017 nell’ambito delle attività del Dottorato di Ricerca in  Architettura. Teoria e Progetto della Sapienza, sotto la direzione di Antonino Saggio, che ne è il coordinatore. Questa recensione si riferisce alla sua prima edizione (Raleigh, Lulu luglio 2017), che si presenta organizzata in due parti. L’apertura è di inquadramento metodologico e contiene la presentazione e l’introduzione dei curatori, cui segue la restituzione di una lezione tenuta da A. Saggio per presentare il metodo con cui i dottorandi hanno elaborato i cinque saggi presentati nella seconda parte del volume.

I lettori cui si indirizza l’opera sono in primo luogo gli studenti, per i quali si avverte il bisogno di una scrittura chiara con cui spiegare le modalità di definizione del progetto di architettura. Chi insegna il progetto fa ogni giorno esperienza dell’accelerazione sempre maggiore con cui il rapporto autonomo degli studenti con l’architettura si spinge verso la pagina “Immagini” di Google o le bacheche di Pinterest. Intanto, diminuiscono le occasioni di insegnamento della Teoria dell’Architettura (per non parlare della Storia della critica e della letteratura architettonica). Il sistema di conoscenze che accompagna il progetto dentro la scuola rischia di appiattirsi su un presente istantaneo, senza mediazioni, in cui ogni spunto progettuale si inquadra attraverso estemporanee applicazioni mimetiche, incapaci di andare oltre il commentario di aspetti epidermidi e parziali. Di fronte alla moltiplicazione dei temi e dei linguaggi del contemporaneo, l’insegnamento del progetto deve guidare ad acquisire nuove conoscenze e abilità attraverso la comprensione della produzione disciplinare, dimostrando la legittimità delle ricerche e delle poetiche e ricostruendo le teorie che danno loro significato traducendosi poi in concrete scelte architettoniche.

Antonino Saggio avverte questo bisogno da anni e ha elaborato in risposta il metodo della “sceneggiatura”[1], un sistema interpretativo in tre fasi che parte dalla conoscenza contestuale dell’opera (luogo, cultura dell’epoca, autore), si sofferma sulla sequenza di scelte architettoniche (la vera e propria sceneggiatura: il perché della destinazione d’uso, degli schemi distributivi, figure spaziali, matrici, dispositivi, struttura, tecnologia, dimensioni, etc.) per desumere un nucleo progettuale dal potenziale ancora attivo, un sistema intrinseco all’opera ma aperto a nuove elaborazioni. Quest’ultimo passaggio si chiama “scacchiera” e trasporta l’interpretazione critica nel progetto, perviene attraverso ogni opera studiata al nucleo di un nuovo processo.

La risposta metodologica elaborata da A. Saggio interroga più livelli, funziona come un incubatore di questioni.

La prima è che si ribadisce qui la necessità della teoria, come attività vitale e interna al progetto – indaga i fondamenti che ne legittimano l’azione – e come forma di resistenza al commento estemporaneo e fine a sé stesso. Il tema si amplia subito. Da un lato rafforza l’ipotesi che lo spazio sia tutt’altro che indicibile, e che la trasmissibilità del sapere disciplinare si fondi sulla possibilità di descrivere concretamente sistemi di scelte progettuali, apprendendo da queste per analogia procedurale e non per mimesis.

Dall’altro interroga la modalità didattica del progetto, che è didattica di laboratorio secondo il principio dell’imparare facendo, ma la indirizza a strutturarsi intorno a un metodo che smonta e rimonta le motivazioni dei progetti di riferimento a partire da lezioni teorico-interpretative.

Louis Kahn, Bryn Mawr. Schizzi di progetto

La scelta di Louis Kahn  per la lezione di riferimento dedicata al suo dormitorio femminile Eleanor Donnelly – Erdman Hall a Bryn Mawr (1960-1965) è particolarmente rappresentativa di questa radicata convinzione. Certo, Louis Kahn è un protagonista ricorrente delle analisi didattiche. Magister della geometria e dello spaesamento tipologico, fra i primi a riferirsi alla storia dell’architettura separando i dispositivi dal loro originario significato simbolico o di rappresentanza, Louis Kahn qui viene riletto lasciando emergere altri tratti fondativi del suo processo progettuale. La sceneggiatura che Saggio costruisce in molti anni[2] a proposito dell’edificio nel College alle porte di Philadelphia parte dal rapporto fra privato e collettivo come tema centrale in Kahn, che porta al compimento di scelte progettuali che regoleranno i rapporti fra gli elementi fondamentali di quest’architettura: l’evoluzione dall’archetipo incarnato dal Comlongon Castle verso una successione di tre unità quadrate in cui le diagonali (e non gli assi) svolgono le relazioni architettoniche fondamentali; l’uso della luce, la struttura. La lezione insiste sul valore civico di collettivo e privato per spiegare come, dopo un excursus che interroga l’architettura medievale, Kahn progetti concentricamente spazi serviti e spazi serventi. Marcando una differenza determinante rispetto alle analoghe riflessioni progettuali funzionaliste, Saggio rileva inoltre che Kahn compone un sistema progettuale gerarchico, in cui l’architettura e i suoi significati si corrispondono e sono ad ogni scala regolate dagli stessi elementi (angoli, diagonali, luce), ma dinamico perché espressione di un principio ancora ricco di potenzialità progettuali. Per la “scacchiera” che origina da questa lettura l’autore lascia già spazio agli elaborati degli studenti, costruendo il passaggio alla seconda parte del volume.

Nelle raccolte di testi didattici che riuniscono contributi differenti, un elemento che permette di valutare l’opera è la chiarezza dei temi di continuità. Qui la continuità è data dall’approccio.

Non tanto perché le opere sono state scelte fra quelle presenti in un altro volume di A. Saggio[3] per essere tutte lette attraverso la tripletta conoscenza concettuale – sceneggiatura – scacchiera. Piuttosto perché attraverso architetture molto diverse fra loro il libro afferma in modo omogeneo che oggi la teoria si produce costruendo un metodo che interroga la pratica con un’altra pratica[4]. È questo il secondo tema, centrale, che il libro delinea. Il volume è chiaro nella parte esplicita dei suoi assunti. Quella implicita è di esprimere un’idea contemporanea del progetto in cui l’opera e la sua teoria sono unite nel primato delle tre abitudini progettuali postmoderne: contestualità culturale, sito, programma. Impossibile separare il processo dal progetto, perché senza processo il progetto non rivestirebbe ai nostri occhi, oggi, alcun significato.

I cinque saggi pubblicati trovano un filo conduttore in questo carattere: nell’essere frutto di una ricerca che fa coincidere l’interesse per il progetto con l’interesse per il modo in cui il progetto è concepito. È un approccio che ha più di un secolo. Da quando si è rotto il vincolo naturalistico dell’ut natura poiesis, è iniziato l’inarrestabile spostamento del nostro sguardo dall’opus operatum al modus operandi. Poco conta se si tratta di una concezione tradizionale, come nel caso dei progetti pre-XXI secolo di Sverre Fehn, Herzog e de Meuron, Mies van der Rohe, o di una parametrica, come Sun God city o la stazione di Watanabe.

I saggi sono equilibrati e diligenti, alcuni hanno spunti che sarebbe interessante ampliare. L’ipotesi di Zilio Modena di separare i due strati tecnologici che formano il perimetro della Domus Winery, per esempio, dietro la sua apparente semplicità è suggestiva nel predisporre una soglia dilatata, uno spazio che non è né interno né esterno, e pone la capacità generativa della scacchiera non solo alla scala territoriale, ma anche a quella del dettaglio. V. Perna, G. Stancato, M. Baldissara, introducendo Sun God city e la stazione a Iidabashi, affrontano alcuni equivoci ancora presenti nella scuola rispetto al ruolo del computer e dei programmi CAD nel progetto d’architettura. Per farlo indicano Luigi Moretti come anticipatore del parametrico e accennano a una classificazione interna fra progetti parametrici con forme parametriche e progetti parametrici con forme complesse o scultoree: sono entrambe tesi che sarebbe interessante approfondire.

Una terza questione, infine, è espressa dalla cornice in cui l’insegnamento dell’architettura viene qui trasferito agli allievi. Si insegna che le opere sono aperte per ulteriori sviluppi, ma si apprendono dapprima come produzioni culturali specifiche e situate nella loro epoca e attraverso la cifra poetica dell’autore. In questo modo si delimita un campo, in cui l’architettura è progettata per rispondere ai bisogni, alle aspettative e alle ambizioni di uomini e comunità nel loro tempo, secondo una sua accezione politica di atto che trasforma i luoghi, i comportamenti, le aspirazioni degli uomini che la abiteranno.

Zeila Tesoriere | invited writer

NOTE

[1] Il titolo è spiegato in più punti del volume. L’espressione “Sceneggiatura delle scelte concrete” è ripresa da Leonardo Benevolo, che la utilizza nel 1990 per sottolineare il bisogno che in Italia la formazione al progetto avvenga attraverso critici e interpreti delle opere che sappiano coglierne insieme il significato ideologico e il valore simbolico in stretta continuità con le scelte costruttive e spaziali più propriamente disciplinari. Saggio spiega che l’allusione metaforica di Benevolo si è mutata per lui in un metodo reale che conduce alla scrittura interpretativa del progetto: un’ekphrasis delle ragioni generative del progetto fatta da progettisti per i progettisti.  Cfr. Saggio, Antonino, “La sceneggiatura delle scelte concrete” in ibidem, p. 26 e segg., nota 18.

[2] In particolare, si faccia riferimenti ai precedenti lavori sul tema, cui nel volume sono forniti i rinvii: http://www.arc1.uniroma1.it/saggio/Articoli/SaggioCad1985/index.html

[3] Saggio, Antonino,  Architettura e Modernità. Dal Bauhaus alla rivoluzione informatica, Carocci, Roma 2010. Le opere scelte sono: Herzog & de Meuron, Dominus winery; Steven Holl, Simmons Hall; Sverre Fehn, villa a Norrköpping; Ludwig Mies van der Rohe, Padiglione tedesco all’Esposizione di Barcellona; Makoto Sei Watanabe, Sun God city e Stazionedi Iidabashi.

[4] L’architettura è solo una fra le discipline che, alla sua inclusione nell’universo della produzione e del consumo degli oggetti fabbricati, ha visto la brevità dei valori accordata ai prodotti estesa ai suoi manufatti, avvertendo per questo l’esigenza di delimitare di nuovo il campo. Il libro curato da Perna e Stancato è sulla linea implicita aperta per esempio dagli antropologi francesi di quasi cinquant’anni fa, quando la loro materia ricevette una spinta determinante dal concentrarsi sul metodo, renderlo l’oggetto stesso della ricerca, facendo coincidere per esempio il racconto delle modalità di osservazione della vita quotidiana delle tribù africane con la costruzione della teoria della propria pratica. Cfr. almeno: Bourdieu, Pierre, Esquisse d’une théorie de la pratique, (1972), Editions du Seuil, Paris 2000.

 

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