Sergei M. Eisenstein, al centro della sfera: montaggio, simultaneità, interattività

La lettura della città moderna in termini di velocità e frammentazione è processo ben noto e ormai anche piuttosto datato. In ambito letterario e artistico, già a partire dalla fine del XIX secolo, l’influenza esercitata da questa nuova realtà è evidente nel lavoro esemplare di diversi autori. Da James Joyce a Walter Benjamin, da Bertolt Brecht a Igor Stravinskij: la composizione rinuncia all’unità, e dà invece voce ai frammenti e alle relazioni tra di essi.

Il montaggio in questo contesto inizia a risultare processo creativo privilegiato da più arti. Seppur nelle varie sfumature (tra collage, assemblage, photomontage, etc.), il principio compositivo alla base del montage sembra risolvere il dilemma fra identità delle singole unità e valore totalitario dell’opera.

In questo contesto una figura sicuramente tra le più interessanti e incisive è quella di Sergei M. Eisenstein. Regista e prolifico teorico russo, Eisenstein non solo ha realizzato capolavori come La corazzata Potemkin (1925) e Ottobre (1928), ma ha anche scritto ed elaborato la famosa Teoria generale del montaggio (1937), un testo che ancora oggi rimane il più importante riferimento sul tema.

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Sergei M. Eisenstein (1898-1948)

In questa serie di premesse, tra frammenti e velocità, tra città moderne e montage compositivi, che ruolo può assumere quindi la sfera?

La risposta è più semplice di quello che si potrebbe pensare: la sfera è la forma per eccellenza del montaggio. Sarebbe un errore, infatti, pensare di associarlo ad una semplice sequenza lineare; il montaggio, inteso come metodo compositivo applicabile a più discipline, non è semplice successione di elementi, non ha ordine prestabilito o univoco, ma è processo dinamico, variabile.

Lo stesso Eisenstein, verso la fine degli anni Venti, quando già dopo poco tempo di attività aveva prodotto innumerevoli saggi su altrettanti innumerevoli tematiche (tutti però legati al montaggio) era alla ricerca della forma perfetta per raccogliere il suo lavoro. E la trova proprio nella sfera.

È molto difficile scrivere questo libro. Perché i libri sono bidimensionali, e io vorrei che il mio si distinguesse per una proprietà che in realtà è incompatibile con la bidimensionalità di un lavoro stampato.

Si tratta di una doppia esigenza.

In primo luogo, questa serie di saggi non deve in nessun modo essere esaminata e assimilata in ordine successivo. Vorrei che i saggi fossero percepiti tutti insieme simultaneamente, giacché in fin dei conti essi non rappresentano che una serie di settori di differenti campi che ruotano attorno ad un unico punto di vista, ad un metodo comune che li determina.

Daltra parte, vorrei anche proprio spazialmente istituire la possibilità di comparare ciascun saggio direttamente con gli altri, di passare dalluno allaltro avanti e indietro. Attraverso continui rinvii. E reciproche integrazioni.

Una simile simultaneità e interpenetrazione dei saggi potrebbe essere soddisfatta da un libro che avesse la forma di una… sfera!

Dove i settori coesistono simultaneamente in una forma di sfera, e dove, per quanto lontani possano essere, è sempre possibile un passaggio diretto dalluno allaltro attraverso il centro della sfera.

Ma ahimè… I libri non si scrivono sfericamente…[1]

In queste righe intravediamo un’idea di connessione tra gli elementi, ma anche di interattività tra opera e utente, che non può non farci pensare ad una riflessione ante litteram sulle potenzialità del mondo informatico. Termini come “simultaneità, “interpenetrazione”, “passare dell’uno all’altro avanti e indietro” descrivono in modo essenziale i principi di interconnessione e dinamicità che sono alla base di ogni scrittura informatica contemporanea.

Eisenstein sembra così in qualche modo già immaginare internet e le sue relazioni, comprendendo chiaramente che il supporto “bidimensionale” del testo stampato non sarebbe stato sufficiente per realizzare un progetto di tale portata. Considerando il cinema una forma di linguaggio indipendente dallo specifico medium cinematografico, il regista russo intravede quindi un sistema di legami che si spinge ben oltre la superficialità di una pagina di un libro, o di uno schermo. Il montage è allora metodo di comunicazione che, indipendentemente dalle discipline di riferimento, offre infinite possibilità relazionali e che, a sorpresa, pone lo spettatore al centro della sfera.

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László Moholy-Nagy, Love Your Neighbor; Murder on the Railway (1925)

Eisenstein non sarà il solo in quegli anni ad associare i nuovi metodi compositivi, basati su di un montaggio  intermodale, ad altrettanto innovativi metodi di configurazione dello spazio e ad immaginare proprio la sfera come forma più appropriata per concretizzare queste sperimentazioni.

László Moholy-Nagy, ad esempio, nel suo Pittura Fotografia Film del 1925 propone il Polykino, un cinema “simultaneo” in cui più film potevano essere proiettati contemporaneamente su di uno schermo curvo di forma semisferica. Le immagini, inizialmente separate e quindi appartenenti a diversi film, avrebbero dovuto poi sovrapporsi, esplorando nuovi confini del montaggio e del cinema.

Negli stessi anni Andor Weininger progetta invece il Kugeltheater (teatro sferico, 1927). Qui lo spettatore, seduto o in movimento lungo una promenade che segue l’asse centrale di una sfera, assiste a vari spettacoli, offerti tramite diversi media sui numerosi palcoscenici distribuiti sulla superficie esterna del volume.

Sempre nel 1927, Walter Gropius, in collaborazione con il regista sperimentale Erwin Piscator, elabora poi l’idea di Total Theatre, basata su una forma ellittica – con una struttura in vetro e acciaio – ad ospitare gli spettatori, ed una serie di palcoscenici e schermi sospesi e rotanti.

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Andor Weininger, Kugeltheater (1927)

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Walter Gropius, Total Theatre (1927)

In tutti questi progetti irrealizzati intravediamo in sottofondo l’esigenza di trovare un sistema dinamico e interattivo ancora ben lontano dall’essere inventato, ma soprattutto notiamo l’esplicita volontà di rappresentare la realtà moderna tramite la forma della sfera. La sfera sembra ideale perché legata a due caratteristiche essenziali: da una parte consente di porre l’uomo al centro del sistema di relazioni, in una configurazione che non prevede gerarchie tra gli elementi posti intorno a lui ma semplicemente aperte possibilità di scelta e visione; dall’altra parte la prospettiva che si espande dal centro della sfera verso l’esterno suggerisce confini illimitati e un’espansione volendo infinita. Il risultato è un bombardamento emozionale e culturale.

Non si tratta di una sfera accogliente e protettiva, come gli Ovum di Paolo Soleri, ma di un luogo frenetico, in cui l’uomo si ritrova immerso, e sommerso. Lo scetticismo tecnologico è ancora molto lontano però, e gli autori esprimono tutta la loro positività per una sfera capace di ricreare un nuovo mondo tramite il complesso montaggio di più media. La sperimentazione dei nuovi mezzi quali cinema e fotografia, o dei nuovi materiali e sistemi compositivi, in riferimento ad una estetica della mobilità, spinge verso felici connessioni impreviste e coinvolgenti. Il risultato è una “macchina”, così come definito dai vari autori, o “organismo” in grado di utilizzare tutti i media e di porre lo spettatore al centro dello spettacolo.

 

Questo spirito innovatore farà i conti con un pragmatismo costruttivo che sembra avere la meglio e che non consentirà la realizzazione dei progetti “sferici”.

Solo molti anni dopo, nel 1964 in occasione della Fiera mondiale di New York, i coniugi Eames proporranno il loro teatro sospeso, o the Information Machine. Charles e Ray Eames realizzano uno spazio ovoidale di enormi dimensioni, in cui gli spettatori accedono dal basso, tramite una piattaforma che li trasporta verso l’interno del teatro. Qui si ritrovano al centro di un mondo inaspettato, costituito da video e immagini proiettate su infiniti schermi, suoni provenienti da varie fonti, attori che appaiono e scompaiono. Lo spettacolo, dal titolo Think, è pensato appositamente per questo spazio e narra visivamente la storia della ragione umana e dei principi di calcolo.

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Charles e Ray Eames, the Information Machine (New York, 1964)

Non sembra un caso che si tratti proprio del padiglione per la IBM, nascente stella dell’informatica.

La sfera, ancora una volta, rappresenta un mondo fatto di connessioni veloci, di relazioni interattive e dinamiche, l’uomo, al centro, ne sceglie il montaggio e definisce così la sua esperienza.

[1] Sergei Eisenstein, Immoral Memories. An Autobiography by Sergei M. Eisenstein. (Boston: Houghton Mifflin Company, 1983). Traduzione nel testo a cura dell’autore.

Carla Molinari | co-writer

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