L’onda lunga di Einstein

Rappresentazione artistica della coalescenza di due buchi neri, LIGO, fonte: http://www.media.inaf.it/2016/02/22/buchi-neri-oversize-ligo/

Rappresentazione artistica della coalescenza di due buchi neri, LIGO, fonte: http://www.media.inaf.it/2016/02/22/buchi-neri-oversize-ligo/

E’ di pochissimi giorni fa la notizia che, un secolo dopo la formulazione della teoria della relatività generale di Einstein, sono state rilevate le onde gravitazionali di cui lo stesso fisico aveva supposto l’esistenza. È una notizia di straordinaria importanza per due ordini di motivi. Il primo: fino al momento in cui i fisici del Ligo (Laser interferometer gravitational-waves observatory: osservatorio di onde gravitazionali a interferometria laser) hanno osservato il fenomeno avevamo la prova dell’esistenza di un solo tipo di onde, quelle elettromagnetiche. Le implicazioni sugli scenari futuri di ricerca sono tali che Carlo Rovelli ha detto: “è come se dovessimo riscrivere la Genesi, sostituendo «Fiat lux» con «Fiat lux et gravitatis fluctus»”. [1] La seconda implicazione, non di minore rilevanza, ha a che fare con il metodo: il fatto che sia passato un secolo esatto tra la teorizzazione delle onde gravitazionali e la loro rilevazione, indica da una parte come le deduzioni logiche e matematiche di Einstein siano state affidabili e, dall’altra, come un salto cognitivo possa essere rilevante ed operativo anche quando non vi sia la strumentazione scientifica per una sua verifica immediata.

Certo, qualcuno si potrebbe chiedere in che modo queste scoperte, che descrivono un mondo così lontano da noi, possano influenzare in modo concreto la nostra vita, il nostro pensiero. Per capirlo facciamo un salto indietro nel tempo, colmiamo il gap di cento anni che ci separa dalla pubblicazione della teoria della relatività generale. È il 1915, sono ormai dieci anni che Einstein ha dimostrato come massa ed energia siano indissolubilmente legate dalla celebre equazione E=mc2. La teoria della relatività generale descrive l’interazione gravitazionali tra corpi massivi, legando la geometria dello spazio-tempo con il flusso di massa, energia ed impulso all’interno dello stesso spazio-tempo. I postulati di questa teoria sono molti e sconvolgenti: lo spazio non è più quella dimensione certa, contenitore immutabile di oggetti con cui è possibile interagire, ma è una dimensione mutabile che, in corrispondenza di grandi masse, si curva. Non solo: lo spazio non è vuoto, ma pieno, denso. [2] Persino il tempo non costituisce più una misura oggettiva e certa: potrebbe essere discontinuo e mutevole e la discrepanza tra tempo fisico e tempo psicologico (ovvero percepito) aumenta con l’avanzare delle scoperte scientifiche. In effetti, citando Einstein, “i concetti di spazio e di tempo considerati da un punto di vista logico sono libere creazioni dell’intelletto umano, strumenti del pensiero, che debbono servire allo scopo di porre le esperienze in relazione l’una con l’altra”. [3]

E. Mendelsohn, schizzi

E. Mendelsohn, schizzi

Immaginate ora di essere un giovane architetto appena laureato e di dovere progettare in un mondo sconvolto in tutte le sue dimensioni: quella del mondo esterno, dell’infinitamente grande, delle enormi masse capaci di deformare lo spazio attraverso la propria energia, e quella del mondo interiore – giacché quegli sono anche gli anni della grande diffusione delle teorie psicanalitiche di S. Freud – con subconsci scuri e profondi come buchi neri, sconvolti dalla grande guerra. Questo era il mondo in cui Erich Mendelsohn avrebbe dovuto proporre un’architettura in grado di rispecchiare la complessità del momento. Il tumulto di un universo in cambiamento è tutto espresso nei suoi disegni: gli schizzi di Mendelsohn sono una visione stellare. Lo sguardo è puntato verso il cielo, ma ha origine dal nostro stesso interno, un punto infinitamente distante dentro noi. Talmente distante che il suo orizzonte è curvo, come curva è la superficie terrestre, come curvo è lo spazio deformato dalla massa. L’edificio è certamente il protagonista della rappresentazione – unico soggetto, in effetti – ma qualcosa di ancora più importante: il punto di misura dell’universo, un picchetto di conoscenza di ciò che è altro da noi. Così come negli schizzi, nelle sue architetture il valore cosmico acquisisce un’importanza fondamentale: combinando tecniche che derivano dal neoplasticismo e dal costruttivismo, l’obiettivo di Mendelsohn è generare sistemi di masse dinamiche in relazione ritmica tra loro. Non poteva, come gli esponenti della Nuova Oggettività, rinunciare alla massa, perché, rinunciandovi, avrebbe perso anche tutta l’energia potenziale che porta con sé.

E. Mendelsohn, Schizzi della Torre Einstein a Postdam

E. Mendelsohn, Schizzi della Torre Einstein a Postdam

Così, quando nel 1917 Einstein e Freundlich gli commissionano il progetto per un osservatorio astronomico, Mendelsohn ha la possibilità di raccogliere tutti questi elementi in un unico edificio. Un edificio che Einstein stesso, durante una visita subito dopo la fine dei lavori, definì “organico[4].

Giovanna De Santis Ricciardone, Ofelia, scultura, Roma, 1998-1999

Giovanna De Santis Ricciardone, Ofelia, scultura, Roma, 1998-1999

Torniamo ora al presente perché, ricordando la lezione di Rovelli sulle onde gravitazionali, i loro riverberi sono molto lunghi e attraversano lo spazio ma anche il tempo. Sono moltissimi gli artisti e gli architetti che hanno fatto delle tematiche cosmiche dei veri e proprio topos della propria produzione. In particolare credo che sia significativo riflettere sull’opera di Giovanna De Sanctis Ricciardone, un’arch-artista, come lei stessa si definisce. Dopo avere lavorato per vent’anni presso l’associazione culturale “Il politecnico”, Giovanna De Sanctis pratica adesso nel suo studio Progetto-Arte, a Calvi dell’Umbria. L’intero lavoro della scultrice si basa sul concetto di archetipo: secondo la De Sanctis ognuno di noi è portatore di archetipi che persistono aldilà di tutti i rivolgimenti storici e delle letture razionali che si possono dare del mondo. Uno dei suoi personali archetipi è quello che lei stessa definisce Kosmos: il senso primigenio che l’essere umano ha di essere schiacciato da forze cosmiche, ma anche della necessità di comunicare con esse. In questa lettura l’arte, la scultura, l’architettura vedono la propria scena nativa proprio nell’atto di sfida alla gravità: l’azione di sollevare un peso, sottrarlo alla forza di gravità e porlo in posizione verticale è la prima manifestazione di potenza umana, del desiderio di sfuggire alle forze cosmiche, di affrontarle e riunirvisi allo stesso tempo. Per la De Sanctis la scultura è “il luogo di un rito gravitazionale[5], ed in molte delle sue opere questo rito si compie manifestando la contraddizione tra una forza che ci spinge verso il cielo ed una che ci schiaccia sulla terra. Nella scultura Ofelia, nel quartiere di Decima a Roma, così come nella scultura Stele, sempre a Roma nel quartiere Trionfale, la contraddizione è cristallizzata in un momento che è ci appare in equilibrio, ma labile. Le grandi masse, imponenti, sono disassate rispetto alla verticale, sottratte alla forza di gravità e animate da una forza centrifuga che le proietta nello spazio celeste.

Una volta di più appare chiaro come la scienza abbia un rapporto strettissimo con quanto accade dentro noi: come potrebbe il cambiamento della concezione spaziale dell’universo non influire su chi si occupa di creare forme nello spazio o lo spazio stesso? I riverberi dei fenomeni spaziali avvenuti un miliardo e mezzo di anni fa a 410 megaparsec da noi, ci è giunto come un sussulto sottile, quasi inascoltabile, eppure si prepara a rivoluzionale la nostra concezione dell’universo. Allora è chiaro: le possibilità per nuove interpolazioni, nuove contaminazioni sono nello spazio denso che ci circonda, è la nostra capacità di percepirle che ci farà compiere il salto necessario per creare lo spazio del domani.

Giovanna De Sanctis Ricciardone, Stele, scultura, Roma, 2002-2004

Giovanna De Sanctis Ricciardone, Stele, scultura, Roma, 2002-2004

Matteo Baldissara | nITro

Note

[1] C. Rovelli, Storia delle onde gravitazionali – Lo spazio s’increspa come un lago, Il Corriere della sera, Venerdì 12-02-2016
[2] A. Saggio, Rappresentare l’invisibile? Information Technology, Spazio dell’informazione e nuove sfide per il progetto e la rappresentazione, Disegnare Idee e Immagini, Gangemi editore, n.° 50, Luglio 2015
[3] Cit. in C. Catalano, I sandali di Einstein, Lulu, 2016, pag. 83
[4] A Whittick, Eric Mendelsohn architetto, Calderini, 1960
[5] A. Muntoni, Parlando con Giovanna De Sanctis – pieghe, frammenti, torsioni, trafussioni, in Metamorfosi, n.° 58, Mancosu, 2006

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