THE LOWLINE, LA LUCE DELLE IDEE

“ … If i can make it here I could make it anywhere… New York, concrete jungle where dreams are made of. There’s nothing you can’t do. Now you’re in New York. These streets will make you feel brand new. Big lights will inspire you. Hear it for New York, New York, New York.
One hand in the air for the big city. Street lights, big dreams, all looking pretty.
No place in the world that can be compared. Put your lighters in the air. Everybody say yeah, yeah yeaah..”
“Se io posso fare qualcosa in questo posto posso farla ovunque. Non  c’è niente che tu non possa realizzare ora sei a  New York… Non c’è nessun altro posto al mondo che possa competergli.”

Così recita la canzone di Alicia Keys, Empire State of Mind… versi che descrivono a pieno titolo questa straordinaria città.

Si, NYC è l’ambiente più pazzo e più diverso del mondo. E’ una città dove il capitale intellettuale vuole andare! E’ un campione demografico unico al mondo , di persone con interessi, occupazioni e provenienze culturali tra le più diverse. In quale altro posto al mondo ti capita?

La città che non dorme mai! A non dormire sono le nuove idee, i nuovi processi , le nuove visioni.

NYC è una città che non sa attendere, non aspetta che le cose accadano dall’alto, è animata da una forza centrifuga che genera sempre nuovi interessi e se un progetto ha successo in questa città unica può diventare un modello per il resto del mondo.

Negli ultimi anni la città si è molto aperta alla riconquista degli spazi pubblici da parte dei cittadini, sempre più sensibili  nel creare una città come luogo a misura di ogni cittadino e con i criteri della progettazione sostenibile.

Così in pochi anni interi quartieri sono stati rigenerati diventando i luoghi per eccellenza dove la creatività  e le nuove economie trovano spazio.

Come si fa a trasformare una vecchia rimessa sotterranea in un parco ricco di vegetazione? A New York si può!

Interessante soprattutto per il processo di ideazione e realizzazione è la proposta progettuale per il Delancey Underground Park, soprannominato Lowline, presentata nel 2011 alla stampa da James Ramsey e Dan Barash  rispettivamente ideatore e direttore esecutivo, entrambe co-fondatori.

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E cosi per capire meglio quello che stava davvero succedendo, in una fredda mattina newyorkese di Febbraio, approfittando della gentile ed interessante disponibilità di James Ramsey, ho avuto l’opportunità di sottoporgli nel suo Studio Raad , in 5 White Street, 10 domande.

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R.T. Il progetto è conosciuto come Delancey Underground Park, raccontaci meglio di Delancey St. e cosa significa questo progetto per NYC?

 J.R. Il Lower East Side a Manhattan potrebbe avere presto un suo parco, avere lo stesso successo dell’ High Line Park del 2009, nel West Side per tutto ciò che riguarda l’aspetto ambientale ed economico, ma quest’ultimo sarà realizzato ed organizzato in maniera totalmente diversa e secondo criteri innovativi perché si svilupperà sottoterra ed utilizzerà la tecnologia solare.

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L’area del progetto può essere definita come una caverna di forma rettangolare che si sviluppa per tre isolati sotto Delancey Street, tra l’Essex Street e l’ingresso di Williamsburg Bridge per raggiungere Brooklyn.

Nel 1908 l’area ospitava un terminal dei tram che attraversavano il ponte e poi tornavano indietro. Tutta l’area fu dismessa nel 1948. L’area è ancora oggi di proprietà e controllato dalla MTA, Metropolitan Transportation Authority. Dopo 60 anni di totale abbandono arriva la nostra proposta.

Il luogo situato in una delle aree meno verdi della città, costituisce un’opportunità unica di esprimere il concetto verde e comfort. L’obiettivo del progetto è anche quello di far vedere in che modo la tecnologia può trasformare parti di città, offrendo una dimensione di nuovo spazio pubblico. Il risultato sarà unico nel suo genere e diventerà il primo eco-parco sotterraneo nel cuore di Manhattan.

R.T. A che punto è il processo e quali sono state le fasi salienti di tutto l’iter?

J.R. Il tutto nasce nel 2009 quando io ed il mio amico Dan Barash , dopo una serata alcolica, decidiamo di esplorare l’area dismessa. Da quel momento in poi un vortice di idee hanno riempito la nostra vita.

Nel 2011 presentiamo alla cittadinanza e alla stampa la nostra idea di parco sotterraneo e nel 2012 apriamo una campagna di crow founding raccogliendo 155,000 $ con 3300 sostenitori.

Nello stesso anno abbiamo realizzato una mostra alla Mark Gallery su Orchand Street, proprio nel cuore del Lower East Side, per ottenere direttamente il consenso della cittadinanza.

Lo scorso anno abbiamo una, chiamiamola, una campagna di collaborazione con le scuole. Vogliamo ascoltare la gente, vogliamo coinvolgere i giovani nella progettazione e nelle idee di vivibilità degli spazi.

Ora siamo in trattativa con le diverse autorità e vediamo che cosa succederà con il nuovo Sindaco e speriamo che la negoziazione avvenga tra il 2014  e 2017.

Nel 2018 la costruzione. Incrociamo le dita.

R.T. A cosa è dovuto l’attuale successo della LowLine?

J.R. Io credo che il successo di questo progetto derivi non solo dalla proposta di riqualificare un area abbandonata e restituirla alla città con nuove funzioni e del nuovo verde, completamente assente in questo quartiere, ma dal metodo o meglio dal processo con cui abbiamo percorso tutto l’iter.

Noi non abbiamo aspettato nessun tipo di concorso, siamo partiti dall’idea, dal progetto, dall’ascolto della gente per poi arrivare a presentare la proposta alle rispettive autorità.

Il processo in questo caso è stato invertito.

R.T. Qual’è il ruolo dei social network nel progetto?

J.R. Direi che ci ha permesso di comunicare velocemente su larga scala e di coinvolgere cittadini, giornali, scuole, autorità. Insomma è stato sicuramente uno strumento essenziale nella comunicazione e nello sharing delle idee

R.T. “Citizen Engagment”, quale strategia di coinvolgimento avete adottato e quali sono i feedback sino ad ora dei cittadini?

J.R. Io direi che è il futuro della progettazione. Il fattore della partecipazione caratterizza l’intero circuito del nostro processo progettuale, che va dalla costituzione dello staff al coinvolgimento della comunità.

Gli architetti devono imparare ad ascoltare,  creare una progettazione condivisa  tra tecnici, cittadini ed autorità. La città è di tutti e creare un’architettura per la gente, vivibile  e piacevole deve essere l’obiettivo principale di ogni architetto del  nostro tempo.

La fase di elaborazione dell’intera proposta progettuale è stata caratterizzata da numerose riflessioni venute fuori dai diversi incontri tra il team della Low Line e i responsabili della MTA.

R.T. Il Crowdfounding è davvero una risorsa per gli architetti ed i designers? Consigli?

J.R. Io credo che sia una grande fortuna per la mia generazione e  andrebbe sfruttata il più possibile per due motivi. Il primo per la raccolta fondi e il secondo perché ci si rende subito conto dell’interesse che l’idea suscita nella gente.

Abbiamo utilizzato Kickstarter e raccolto 155.00$ che sono stati utilizzati per lo studio di fattibilità con gli studi HR&A Advisor e Arup. In più abbiamo realizzato in scala reale i prototipi dei sistemi illuminanti che porteranno luce all’interno.  Solo grazie al crowdfounding abbiamo potuto fare tutto questo e mostrare ai cittadini e alle autorità che il progetto non solo era fattibile ma avrebbe potuto migliorare l’economia locale e l’hub di transito adiacente.

R.T. Qual è il costo e le sue funzioni?

J.R. 55 milioni $ il costo totale e altri 5-10 milioni extra. Una volta costruita la Low Line dovrebbe divenire uno spazio culturale dinamico con programmi diversi, attività per giovani e manifestazioni popolari.

R.T. Qual è il ruolo di una progettazione sostenibile ? Quanto sono importanti i dispositivi illuminanti da te brevettati?

J.R. Bene, inutile dire che la progettazione in chiave sostenibile deve diventare la normalità nel nostro lavoro. L’importanza degli elementi illuminanti sono indispensabili alla fattibilità di tutto il progetto. La sfida maggiore per il nostro team è stata quella di riuscire a vincere il buio, per dare vita ad uno spazio luminoso e arieggiiato

Io vengo da una scuola tecnica per cui mi è sembrato normale utilizzare la tecnologia per migliorare lo stato dei luoghi.

Il sistema, chiamato “remote skylight” è costituito da una serie di collettori solari, quasi dodici distribuiti su Delancey Street composti da un disco di vetro su una parabola riflettente che raccoglie la luce del sole in un punto focale , meccanismo di localizzazione che segue il percorso del sole durante l’arco dell’anno, un tubo di elio  che alloggia cavi e fibre ottiche per convogliare la luce attraverso la strada allo spazio sotterraneo e termina con una cupola incassata che riflette e distribuisce. Questa tecnologia trasmette la lunghezza d’onda di luce necessaria per aiutare il processo di fotosintesi , garantendo  la crescita di piante ed alberi. Durante i periodi in cui la luce solare è maggiore, l’illuminazione dovrebbe essere assicurata senza il ricorso all’elettricità.

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R.T. Nei tuoi progetti emerge sempre il tema della scoperta “DISCOVERY”. Come viene declinato nel progetto della Low Line? Ti senti legato alla cultura della psicogeografia e ai temi della DERIVA di Guy Debord?

J.R. Se non avessi seguito  questa filosofia o modo di essere , probabilmente non avrei neanche scoperto la presenza della galleria sotto Delancey Street. Mi piace passeggiare nella città senza una meta, senza planimetrie senza un obiettivo ben preciso.

Di certo perdersi vuol dire anche scoprire posti, luoghi e persone, che programmando non avresti mai avuto la possibilità.

R.T. Archeologia, una tua passione e la Low Line è un esempio che ambisce a diventare il più grande parco sotterraneo del mondo. Vi è un chiaro legame con al città di Roma con il tema della stratificazione. Sei mai stato nella città eterna? Si potrebbe promuovere un gemellaggio tra Roma e NYC? Potrebbe Roma prendere spunto da questo progetto soprattutto nel suo processo di ideazione?

J.R. Il tema dell’archeologia all’interno delle grandi metropoli, è qualcosa che mi ha sempre affascinato. La stratificazione  come raccolta di  storie, architetture ed intere società , è diventata un elemento importante nel mio lavoro come progettista. Anche NYC è una città ricca di stratificazioni, layers che si sommano per diventare stratificazioni verticali che a volte pero’, hanno una vita molto breve. Dovremmo incominciare ad apprezzare anche a NYC questa idea di città e non sempre demolire ogni cosa per costruire il nuovo. Dovremmo imparare a dare un altro vissuto a ciò che chiamiamo “archeologia”. Certo, Roma, credo che sia la città per eccellenza nel mondo a rappresentare l’idea di stratificazione architettonica, di suolo, di cultura e di storie di persone.

Ci sarebbe molto da fare insieme e per quanto queste due città sembrino cosi diverse , io penso che ci siano tante somiglianze. Per prima cosa entrambe le città sono aperte all’accoglienza, alla diversità dei popoli e alle loro culture. Roma ha avuto un passato talmente grande ed importante che solo attraverso l’archeologia e la stratificazione oggi riusciamo a capirlo, studiarlo e proporre nuove soluzioni.

Il tema dell’archeologia mi è cosi caro che mi piacerebbe affrontarlo in maniera più approfondita, e magari perché no, direttamente nella città eterna. See you in Rome!

guest writer | Rosa Topputo [D’arc.Studio]

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