TRASH-CASH / VERSO L’ECO SHIFT

L’Agenzia Europea per l’Ambiente (Aea) ha scelto di mettere al centro delle sue politiche nel 2014 due tematiche fondamentali per il futuro delle nostre città: l’uso più attento delle risorse e il riciclo dei rifiuti.  Due concetti chiave guideranno le attività dei prossimi 12 mesi. «Il primo è quello dell’economia circolare, in base al quale i rifiuti sono visti come una risorsa importante che va restituita alle attività umane» spiega l’Aea. «L’altro è la green economy, intesa come un sistema economico che usa le risorse in modo più efficiente e al tempo stesso migliora il benessere della popolazione e preserva gli ecosistemi»Gli obiettivi dichiarati da raggiungere nel prossimo quinquennio per l’Unione Europea sono quindi ridurre al minimo il conferimento di rifiuti in discarica, la massimizzazione del riciclo e del riutilizzo, ma prima di tutto la prevenzione.

Cerchiamo di capire in che modo queste direttive riguardano da vicino anche il mondo della progettazione. Innanzitutto ci preme approfondire il tema del riciclo dei rifiuti. Il termine “rifiuto” (dal verbo latino refutāre, composto di re- “indietro” e futāre “battere”), indica un’entità letteralmente inaccettabile e da respingere, ciò in virtù delle sue caratteristiche negative, inutilità in primis: “rifiuto” è «ciò che si butta via perché inutilizzabile», immondizia, spazzatura, pattume. Il termine “Immondizia” (dal latino immundĭtĭa, che a sua volta deriva dall‟aggettivo immŭndus “sudicio”, “sozzo”) sottolinea quella che, in un’ipotetica gerarchia delle peculiarità dei rifiuti, viene immediatamente dopo la loro inutilità, ovvero la loro sporcizia, il loro darsi come «insieme di cose sudicie», impure. 

Come ci dice Kevin Lynch, l’uomo ha un rapporto contraddittorio con la conservazione e la distruzione. Le comunità insediate dipendono da attrezzature come: discariche, inceneritori, depuratori, fogne, ecc, tuttavia applaudono la loro ubicazione in siti possibilmente lontani dalla città e dalla loro vista. Sono gli effetti della cosiddetta sindrome NIMBY – Not in my back yardLo smaltimento dei rifiuti, dal momento che non può in alcun modo coincidere con la loro eliminazione fisica, consiste essenzialmente in una serie di espedienti per sottrarli al contatto con i nostri sensi (in particolare alla vista). Da sempre i sistemi principali con cui sono stati trattati gli scarti sono semplicemente modi per assicurarsi che questi non s’intromettano eccessivamente nella vita di tutti i giorni. Purtroppo l’ambiente, così bistrattato, non è più in grado di assorbire senza inconvenienti la mole dei rifiuti che vi vengono scaricati.

Tutto ciò non può lasciarci indifferenti. Abbiamo davanti a noi nuove sfide progettuali da intraprendere, guidati da un pensiero ecologico-sistemico e da una ricerca estetica innovativa. Prevedere la riprogettazione e un graduale reinserimento di tali attrezzature nelle città. Perché no? Ciò favorirebbe il recupero delle aree extra-urbane, che ritroverebbero l’equilibrio ecologico perduto; un caso emblematico riguarda il bacino della Ruhr, il cuore industriale e minerario della Germania.

Vista dall'alto del Tetraeder Bottrop all'interno dell'Emscher Park. Foto su: www.klaes-w.de

Vista dall’alto del Tetraeder Bottrop all’interno dell’Emscher Park. Foto su: http://www.klaes-w.de

In un contesto caratterizzato da enormi fabbriche e miniere dismesse, colline di scorie industriali, fiumi trasformati in canali fognari a cielo aperto, elevati livello di inquinamento atmosferico, ecc, l’IBA costituì nei primi anni Novanta del secolo scorso l’Emscher Park, una delle esperienze di recupero paesaggistico di maggior rilievo  condotte in Europa. Secondo modalità non dissimili si muove anche Foreste Urbane, un progetto urbano per il recupero della cava di Malagrotta nei pressi di Roma, basato sul graduale rimboschimento dell’area e l’innesto di un nuovo ciclo sistemico del legno di cui l’architettura è matrice originaria. 

Se parliamo di risorsa, allora non ha più senso “espellere” dalla città alcune tipologie di edifici o attrezzature specializzate. Città e architettura diventano sistema e dispositivi complessi per la digestione e la rimessa in circolo dei rifiuti/risorse. Essendo il riciclo dei rifiuti una pratica ormai consolidata e familiare, nella misura in cui esso investe la dimensione domestica di ciascuno di noi, e che risiede nel dominio nella materialità delle cose, la prima immagine che viene evocata dall’accostamento dei termini “riciclo” e “architettura” è quella dei “nuovi” materiali da costruzione, ovvero di quelli che sono i risultati delle numerose sperimentazioni condotte sulla possibilità di trasformare gli scarti allo scopo di ricavarne nuove risorse.

A tale approccio se ne affianca un secondo che pone l’accento sull’accezione del termine riciclo in quanto occupazione, per mezzo di nuovi corpi architettonici (che possono essere temporanei o meno), di particolari “situazioni spaziali residuali” rinvenibili all’interno della città contemporanea, gli spazi liberi sostanzialmente privi di una specifica destinazione d’uso, vuoti urbani che si trovano in prossimità di ambiti consolidati come ad esempio gli spazi presenti al di sotto di infrastrutture viarie sopraelevate, o gli interstizi tra corpi di fabbrica preesistenti, o, ancora, le coperture piane degli edifici, ecc. 

Il nostro Paese ha da sempre trattato la “questione rifiuti” con una logica emergenziale. Per accantonarla definitivamente e passare ad un approccio organico in grado di implementare un ciclo dei rifiuti sostenibile, integrato e controllato, è importante indirizzarsi verso una logica che riconosca nello scarto da smaltire, una risorsa da reimpiegare. Eppure l’Italia dispone di uno dei migliori istituti di ricerca al mondo per la gestione dei rifiuti solidi urbani e per l’organizzazione di piani per la raccolta differenziata, si tratta della Scuola Agraria del Parco di Monza dove lavora uno dei grandi fautori di questa ricerca: l’agronomo Enzo Favoino, membro del comitato scientifico del Centro di Ricerca Rifiuti Zero. La rete italiana Rifiuti Zero vede tra i principali promotori Paul Connett e Rossano Ercolini, presidente di Zero Waste Europe e vincitore del Goldman Environmental Prize 2013.

La strategia per ridurre la produzione di rifiuti prevede l’adozione di tecnologie pulite, cioè impianti in grado di ridurre i rifiuti prodotti durante il ciclo di lavorazione e al termine del loro ciclo di vita utile, e sinergicamente il superamento di un’economia basata sulla produzione di beni durevoli ad un’economia di servizi. L’attuazione di queste strategie passa sì attraverso mutamenti strutturali degli schemi produttivi, ma soprattutto attraverso un’azione capillare di sensibilizzazione ed educazione che gettino le basi per creare una diffusa e radicata “cultura del rifiuto” a tutti i livelli. Senza prendere in esame casi di eccellenza geograficamente lontani, come quelle di Los Angeles o San Francisco, possiamo annoverare tra le buone pratiche il caso della città di Pisa, promotore del progetto delle stazioni ecologiche mobili. L’idea va inserita in un più ampio contesto di incentivazione della raccolta differenziata, da cui ci si attende anche un ritorno positivo in termini di riduzione del traffico per raggiungere la più vicina isola ecologica e, quindi, anche una riduzione delle polveri sottili.

Stazione ecologica mobile - Pisa

Stazione ecologica mobile – Pisa

Tutta l’operazione è legata all’idea della “raccolta punti”: i cittadini di Pisa sono stati dotati di una apposita tessera elettronica, attraverso cui accumulare punti che consentono di aver uno sconto sulla “bolletta dei rifiuti”. Il dispositivo itinerante dell’eco-stazione rappresenta un modello replicabile intelligente e innovativo in grado di coinvolgere attivamente i cittadini, a partire dal momento informativo/educativo dal quale non si può prescindere se si vuole generare un impatto ambientale positivo.

Imparare dai rifiuti si può, e anzi non è una novità. Ce lo insegna la storia. In passato, ma anche in casi più recenti, i rifiuti accumulati sono divenuti parti di città con cui abbiamo imparato a convivere e che ormai sono tracce indelebili. Detriti e macerie sono stati spesso recuperati e impiegati, soprattutto come materiale di riempimento, nella costruzione di parti di città: si pensi alla collina di Testaccio a Roma, che era una vera e propria discarica specializzata in epoca romana, costituita dall’accumulo di cocci di anfore che si ammucchiano dietro l’area portuale della città antica.

Se accettiamo quindi di intendere i rifiuti come una risorsa, allora non ha più senso allontanare alcune funzioni dalla città, e possiamo spingerci fino a considerare la città e l’architettura come un grande organo complesso per la “digestione” e la rimessa in circolo della materia riciclata.

Quale ruolo può giocare l’architettura all’interno del metabolismo urbano della città?

Oltre a riciclare spazi e manufatti esistenti, associati a rifiuti da recuperare, attraverso pratiche di risignificazione, occorre rivolgere lo sguardo in maniera trasversale verso la progettazione di nuovi edifici che sappiano cogliere le sfide complesse che la città contemporanea impone. Edifici di nuova generazione. Nel mondo sta accadendo. Per esempio a Caracas, nel quartiere slum di La Morán, la gestione dei rifiuti rappresenta un grave problema di contaminazione nonché una minaccia per la salute pubblica della comunità. Le cattive pratiche di gestione dei rifiuti sono inoltre aggravate dalla mancanza di strade interne necessarie per il passaggio dei mezzi di trasporto preposti a raccogliere la spazzatura. Su progetto dello studio Enlace è in fase di completamento un programma di riqualificazione che comprende tre iniziative congiunte: l’eliminazione di 12 discariche di rifiuti e la loro riconversione in spazi pubblici attrezzati, la stabilizzazione dei terreni attraverso la riforestazione, il risanamento del torrente La Cañonera insieme ad un nuovo centro di riciclaggio che ospiterà anche un centro di assistenza per bambini, spazi di aggregazione della comunità. La gestione del centro sarà affidato ad una cooperativa giovanile e finanziato con i proventi generati dalla vendita di materiali e contributi versati da ciascun membro della comunità. La cooperativa inoltre si occuperà della manutenzione delle aree comuni e della gestione quotidiana di 20 nuovi punti di raccolta dei rifiuti, contribuendo così ad evitare la formazione di future discariche informali. 

Grazie alla tecnologia possiamo oggi progettare architetture che integrino al proprio interno delle piattaforme impiantistiche per il riciclo, in modo da recuperare e valorizzare i materiali cartacei, i metalli ferrosi e non ferrosi, il vetro, le plastiche. Inoltre realizzare dei centri per la riparazione, il riutilizzo, la decostruzione degli edifici consente di riparare, riutilizzare e rivendere elementi quali ad esempio mobili, porte, finestre, materiali in legno, in ceramica che costituiscono circa il 3% del totale degli scarti; essi rivestono perciò un grande valore economico che può essere valorizzato attraverso la costituzione d’imprese locali a significativa resa occupazionale come molte esperienze del nord America ed in Australia ci dimostrano.

In questa fase di cambiamento l’Information Technology svolge un ruolo centrale, poiché le opportunità che offre possono essere realmente funzionali all’evoluzione del pensiero ecologico. Non è solo un fattore tecno-scientifico, è decisivo individuare e promuovere dei comportamenti creativi ed impegnati socialmente che rendano tutto questo attuabile ed efficace a tutti i livelli. Si pensi, ad esempio, all’esperienza dell’open source che dall’etica hacker determina oggi le condizioni per una modalità di governance aperta il cui problema principale è riuscire a sistematizzare il valore delle tante pratiche esistenti, per cercare di costruire un ambito di orientamento organico che contrasti la dispersione di esperienze che portano valore d’innovazione, sia nel contesto tecnologico sia in quello artistico e ovviamente in quello ecologico.

“Gli hacker, adottando ideali pre-industriali in una società post-industriale, sono divenuti i ribelli del sistema. [..] oggi il vero “ribelle” nella società è chi si diverte.[…] Nell’ambiente fisico, costruito, gli spazi ribelli costituiscono un’architettura che partecipa e va oltre il gioco. Il gioco è il punto di partenza, il piano ludico da cui ci si eleva per plasmare un nuovo spazio in cui credere collettivamente. Uno spazio hacker ancorato al mondo fisico, sovrapposizione di più ambiti di ribellione nella vita di tutti i giorni, pronto ad espandersi e moltiplicarsi mentre l’etica hacker rende coscienti del ritorno della bellezza nella creazione dello spazio tecnologico.” [1]

“Ma riciclare è noioso” qualcuno potrebbe (avere il coraggio di) obiettare. E allora come tramutarlo in un’esperienza divertente?

A New York il progetto Glassphemy! nasce come esperimento di terapia sociale, con l’idea di rendere il riciclo un’esperienza più diretta e consapevole attraverso il divertimento. L’installazione è costituita da una gabbia di acciaio e vetro antiproiettile. La dinamica ludica consiste nel lanciare le bottiglie da una piattaforma collocata in alto, divertendosi a mirare i propri compagni posti dall’altro lato al di là del vetro. Ogni qual volta una bottiglia si infrange al suolo, si attiva un sistema interattivo di illuminazione. Il vetro raccolto viene  riciclato secondo varie modalità, dall’utilizzo per le lampade fino alla trasformazione in sabbia da giardino. Il progetto è stato inserito all’interno della Design and Violence Exhibition al Museo MoMA di New York. 

Clicca sull’immagine per guardare il video di Glassphemy.

Glassphemy.Su: www.macro-sea.com

Glassphemy. Su: http://www.macro-sea.com

Il progetto architettonico/urbano si combina strategicamente con le operazioni atte a densificare e ricucire il tessuto urbano e si intreccia sempre più con processi di innovazione che contribuiscono concretamente ad un miglioramento della qualità della vita di interi brani di città. I due aspetti chiave per capire tale fenomeno sono il programma funzionale e il service design!  

Quella del  riciclo oltre ad essere una pratica, è prima di tutto un modello culturale, portatore di valore etico, educativo, economico ed estetico. Di conseguenza la questione dell’alfabetizzazione ecologica, quella più importante, non può essere delegata unicamente alla scuola senza che questa abbia relazioni forti con il contesto in cui si trova ad operare. Per questo attività come il reverse vending (vuoto a rendere), i laboratori di riciclo creativo, i centri di educazione vanno ad arricchire un programma di mixitè innovativo in grado di attivare sinergie con le scuole, i supermercati, i consorzi, ecc tali da creare una rete solidale e coesa a scala di quartiere. A valle di tale processo otteniamo il cash declinato in vari modi: attivazione di una micro filiera economica, creazione di nuovi posti di lavoro, nuove conoscenze e abilità, punti bonus per agevolazioni e sconti, decoro urbano diffuso, ecc.

Un esempio di edificio che contempla nel proprio programma funzionale alcune delle attività sopra elencate si trova nel centro di Winterthur (Zurigo), è il Maag Recycling Center progettato da OOS – Open Operating System Architects in collaborazione con il paesaggista Rotzler Krebs.

 

L’edifico, definito un reverse shopping, è un esempio di riuso di un corpo di fabbrica preesistente in cemento armato, che viene avvolto da reti metalliche che ne restituiscono un’immagine nuova e compatta, garantendo allo stesso tempo una ampia permeabilità visiva dell’intero processo sia di giorno che di notte. L’edificio consta inoltre di un area retrostante per lo scarico merci, un deposito, laboratori, e un giardino in copertura.

Non è forse questo uno degli obiettivi dell’architettura, quello di essere uno strumento che veicoli il messaggio estetico insieme ai valori civici alla base di una società?

Alla luce delle definizioni e dei progetti elencati, il riciclo si configura come uno strumento indispensabile, sia dal punto di vista concettuale che dal punto di vista operativo, per affrontare le questioni poste al progetto di architettura nella città contemporanea dalle svariate problematiche ambientali che rappresentano ad un tempo la peculiarità e la sfida del XXI secolo.

Saverio Massaro | nITro

Note

[1] Tratto da Alexander Levi e Amanda Schacter, Stanze ribelli_immaginando lo spazio hacker, Edilstampa, Roma, 2006 

Sitografia:

academia.edu

ambientefuturo.org

rinnovabili.it

Per approndire:

Lynch Kevin, Deperire. Rifiuti e spreco nella vita di uomini e città, Cuen, Napoli, 1992;

Carlo Infante, Imparare giocando. L’interattività tra teatro e ipermedia, Bollati Boringhieri, 2000

Zanetti Michelangelo, Architetture di scarto. Riciclaggio e progetto da drop city a lot-ek, 2009

http://www.openstarts.units.it/dspace/handle/10077/3493

www.ecocycle.org

www.rifiutizerocapannori.it

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2 risposte a “TRASH-CASH / VERSO L’ECO SHIFT

  1. Pingback: Urban Experience | Blog | #TrashCash, idee e strategie per un'ecologia urbana.·

  2. Ottimo articolo: ridurre i rifiuti, trattare localmente, riportare in città (ciò che era stato allontanato dalla vista), ricostruire cicli chiusi… è questo che va fatto, su tutta la linea: rifiuti, acqua, energia, cibo, risorse!

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