RE-CYCLING URBANISM: INDIZI E ORIZZONTI

La crisi strutturale in cui viviamo chiede alle città di agire entro uno stato di perturbazione e di mutamento se vorranno concorrere ad essere i propulsori di una diversa crescita, e “metamorfosi” sarà la nuova e potente parola chiave che ne dovrà caratterizzare i processi evolutivi. Le città nell’era della metamorfosi, per contrastare le spinte anti-urbane che emergono da più parti, dovranno essere in grado di riattivare i propri capitali (spaziali, relazionali e umani) guidate da una urbanistica in grado di garantire nuove forme di convergenza tra sostenibilità culturale economica, ambientale e sociale sia attraverso l’adozione di rinnovate visioni di futuro, sia attraverso l’uso di nuovi paradigmi ma anche attraverso la qualità delle decisioni e l’efficacia dei progetti. L’impatto dei paradigmi ecologico, tecnologico e creativo non produce effetti solo sulle nostre azioni sociali in relazione con l’ambiente, ma interviene profondamente sui metodi e sul modo di pensare delle discipline che forniscono i principi e gli strumenti per governare e modellare l’ambiente in cui viviamo.

Ogni disciplina ha la responsabilità di creare costantemente le proprie condizioni di progresso e oggi dobbiamo capire che abbiamo un’opportunità unica per riconsiderare il nucleo epistemologico delle discipline che concorrono a guidare l’evoluzione delle città: l’urbanistica e la pianificazione territoriale. La domanda che percorre chi ha la consapevolezza di dover pianificare nell’era della metamorfosi è se siamo di fronte ad un vero e proprio salto di innovazione che ampli il campo di azione dell’urbanistica, che ne riveda i paradigmi cognitivi, i processi interpretativi, ma soprattutto gli strumenti di azione. A mio parere siamo di fronte alla nascita di un “re-cycling urbanism” che nel mio libro Reimagining Urbanism (Carta, 2013) ho iniziato a indagare per definire paradigmi, protocolli e strumenti e da cui qui estraggo alcune riflessioni per individuare gli indizi, definire i protocolli ma soprattutto riconoscere gli orizzonti della ulteriore ricerca su una urbanistica nell’era del riciclo.

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01. Le relazioni tra i capitali creativi della città, i suoi fattori di creatività e gli impegni della smartness urbana.

Pianificare città più sostenibili per generare comunità intelligenti richiede nuovi modelli organizzativi e strumenti di pianificazione capaci di ridurre la pressione urbana e diminuire le diseconomie. La necessità di comprensione del funzionamento degli ecosistemi urbani, delle loro interazioni con i sistemi sociali e del ruolo che essi svolgono nel sostenere l’economia può trovare una risposta efficace nel recupero creativo dei materiali urbani. Riciclo è oggi una delle principali parole chiave e uno dei più ricorrenti pensieri-guida per le trasformazioni urbanistiche delle città che vogliano percorrere la strada della sostenibilità, della qualità e della creatività. La cultura architettonica e urbanistica, ma anche l’economia e il design, sono stati fecondati dal motto “reduce, reuse, recycle” promosso dalla US Environmental Protection Agency, producendo negli ultimi anni numerose declinazioni e approfondimenti. A partire dalla grande mostra  curata da Pippo Ciorra nel 2011 per il MAXXI (Ciorra e Marini, a cura di, 2011), si sono moltiplicate le occasioni per passare dalla fase del manifesto alla fase dell’azione: la maggior parte dei padiglioni nazionali della Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia del 2012 è stata dedicata al tema del riuso e del riciclo, lavorando sulle definizioni operative del mainstream, ma anche aprendo nuovi filoni di indagine. Appare chiaro che la questione non riguarda solo il riutilizzo dei materiali, degli spazi, degli edifici o dei rottami urbani, quanto invece la necessità di definire un “paradigma del rinnovo dei cicli”, cioè la necessaria rigenerazione – architettonica, culturale, sociale ed economica – degli insediamenti urbani attraverso una immissione in nuovi cicli di vita dei complessi urbani, dei tessuti insediativi e delle reti infrastrutturali in dismissione, in mutamento o in riduzione funzionale.

Riciclare le città per sperimentare una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva, vuol dire sia utilizzare il potenziale delle “miniere delle città”, sia agire sulla innovazione degli stili di vita, dei comportamenti e dei valori socioeconomici sostenibili e soprattutto sulle modalità di regolazione, di progettazione e controllo degli insediamenti. Chi scrive partecipa alla rete di ricerca RE-CYCLE ITALY che coinvolge 11 atenei italiani e numerose istituzioni straniere, coordinata da Renato Bocchi (IUAV), finanziata dal MIUR con i fondi per i progetti di rilevante interesse nazionale nell’ambito della piattaforma di ricerca europea Horizon 2020. In particolare l’Unità di Palermo lavora sulla re-loaded city: una città sostenibile, creativa e responsabile capace di ripensare modelli di comunità urbana per reinventare le forme dell’insediamento a partire dalla “ri-attivazione” dei capitali urbani identitari o in dismissione e mutamento, per ridisegnare il modo con cui ci muoviamo, per ritessere rapporti creativi con l’ambiente e il paesaggio e per alimentare la produzione di culture insediative urbane capaci di attivare nuovi metabolismi urbani, ma anche di reagire agli scenari di declino (Marini, Santangelo, a cura di, 2013).

Nell’era della crisi ecologica, economica, produttiva e sempre più sociale le città decrescono, si contraggono lasciandosi alle spalle luoghi che ci appaiono come “lacerti urbani”, “trucioli funzionali” e “rottami di sviluppo”, i quali solo attraverso un processo creativo di riciclo possono tornare a essere le componenti di nuovi cicli di vita capaci di rigenerare paesaggi urbani o gli attivatori di cicli interrotti, o ancora possono contribuire a ricondurre a un ciclo più potente alcuni micro-cicli ormai inefficienti. Il re-ciclo genera nuove parti di città fondate sul riuso creativo dell’abbandono, sulla innovazione della dismissione, sulla rottamazione del declassamento o sulla modificazione d’uso dei tessuti insediativi tradizionali. Il riciclo urbano deve riguardare i numerosi materiali in disuso, in dismissione o in declino: abitativi (i quartieri delle periferie degradate e sconnesse), produttivi (aree in deindustrializzazione, distretti commerciali in dismissione, aree artigianali mai decollate), logistici (aree ferroviarie e portuali sottoutilizzate), militari (le grandi caserme urbane sempre meno abitate) e paesaggistici (i paesaggi del degrado o i sistemi agricoli peri-urbani da ripensare). Ma occorre lavorare non solo sulle loro potenzialità materiali (aree, cubature, infrastrutture) ma soprattutto su quelle legate alle memorie e alle identità (relazioni, usi, narrazioni), perché maggiormente capaci di produrre nuova intelligenza urbana, a partire dalla riscrittura di “righe di codice” dismesse (le funzioni), dall’uso di “banchi di memoria” non utilizzati (le aree), dal recupero di “routine” urbane ancora efficienti (le infrastrutture).

Le città sostenibili e resilienti dovranno agire entro un Capitalismo 3.0 (Barnes, 2006) più responsabile e capace di rimodellare gli obiettivi della produzione dei beni materiali e immateriali, ma soprattutto capace di ripensare il modello insediativo: un nuovo capitalismo ecosofico che produca riusi, ricicli ed evoluzioni creative. L’impegno degli amministratori più intelligenti, degli urbanisti più sensibili e degli architetti più capaci sarà quello di lavorare su insediamenti urbani caratterizzati dalla “eccedenza” e “sovrapproduzione” (complessi urbani in mutamento, tessuti insediativi in dismissione e reti infrastrutturali in trasformazione), che dovranno essere affrontati attraverso azioni di modifica, di rimozione o di reinvenzione e attraverso cui le componenti vengono ricreate, senza distruggerle ma mutandone le funzioni perseguendo un’ottica creativa e aumentando la loro resilienza.

La nuova responsabilità urbanistica per città accoglienti, attrattive e solidali impone di attuare provvedimenti attivi per garantire l’equilibrio tra i terreni agricoli e le zone edificate o edificabili, ponendo un limite massimo al consumo di suolo e stimolando il riutilizzo delle zone già urbanizzate. Per la riduzione del consumo di suolo, dobbiamo agire sulla attivazione di una efficace fiscalità urbanistica che premi e agevoli chi costruisce sui suoli di riciclo, ad esempio onerando o tassando maggiormente chi costruisce gli insediamenti sui greenfields, e incentivando e detassando chi realizza insediamenti che riattivino i brownfields e che alleggeriscano l’impronta ecologica dei grayfields.

Pianificare nell’era del riciclo urbano significa farsi guidare da una nuova visione a lungo termine, da paradigmi efficaci e da progetti concreti intesi come impegni che devono agire per un’urbanistica che sappia influire sul metabolismo urbano, ricombinando il codice genetico contenuto nelle aree di riciclo, spesso frammentato o tradito, ma ancora in grado di generare nuovo tessuto urbano. Sono ormai numerose le tracce che ci fanno riconoscere la necessità di un re-cycling urbanism e, a partire dalle riflessioni teoriche e dalle pratiche, vengono qui proposte sette parole-chiave per sette cicli urbani che possono essere utilizzate come primi indirizzi meta-progettuali di una città che voglia riattivare i suoi cicli di vita:

RE-SILIENCE. Il ciclo dell’elasticità richiede che la flessibilità delle funzioni, la permeabilità degli spazi e l’adattabilità degli insediamenti non vengano più affrontati come problemi puramente concettuali e spaziali, ma debbano essere messe in relazione con il portato sociale, economico e tecnologico che oggi entra a far parte della costruzione della città, diventando temi/strumenti/norme del progetto della “resilienza” urbana. A Copenhagen, European Green Capital 2014, il progetto per il Saint-Kjelds Climate Adaptation District dello studio Tredje Natura propone un quartiere capace di gestire meglio le inondazioni prodotte dai cambiamenti climatici producendo una nuova forma urbana soprattutto degli spazi pubblici: l’acqua viene assorbita dai parchi e dalle piazze permeabili sia per alleviare il sistema fognario sia per creare nuove aree ricreative legate all’acqua.

02 Copenhagen Saint-Kjelds

02. Copenhagen, le azioni per la resilienza del Saint-Kjelds Climate Adaptation District (Studio Tredje Natura).

03. Amburgo, uno dei prototipi abitabili dell’eco-quartiere di Wilhelmsburg realizzato per l’IBA 2013.

03. Amburgo, uno dei prototipi abitabili dell’eco-quartiere di Wilhelmsburg realizzato per l’IBA 2013.

RE-NOWN. Il ciclo dell’identità è capace di aumentare la “reputazione” urbana attraverso una maggiore identificazione degli abitanti e users. La città torna a essere fattore educativo della comunità e occasione di conoscenza e formazione, e impegna urbanisti e architetti a elaborare nuove forme, luoghi e relazioni che contengano e connettano i flussi di informazione e comunicazione che la città genera con sempre maggiore frequenza, portata e velocità. Esempio concreto sono le strategie di attrattività internazionale messe in atto a Marsiglia a partire dagli anni Novanta attraverso l’iniziativa Marseille Provence Metropole fino a quelle legate alla European Capital of Culture 2013, investendo energie e risorse in progetti di rigenerazione urbana basati sulla infrastrutturazione culturale, sulla localizzazione di grandi attrattori, su progetti urbani iconici finalizzati a ridefinire la reputazione della città: da simbolo del disagio economico e sociale a una nuova identità urbana creative driven.

04 Marsiglia College Izzo

04. Marsiglia, l’auditorium del College dedicato a Jean-Claude Izzo realizzato riciclando i conteiner del porto, amato dallo scrittore.

RE-THINK. Il ciclo della conoscenza è in grado di agire sulla comunicazione urbana, pianificando occasioni e progettando luoghi in cui la conoscenza del sistema urbano esca dalle torri degli specialisti e diventi conoscenza diffusa, competenza intersoggettiva e nuovo pensiero collettivo, diventando materiale concreto per il patto di convivenza delle popolazioni urbane e per il conseguente patto di sviluppo. A Parigi, ad esempio il Centquatre è un incubatore di imprese innovative nato in un antico edificio ristrutturato come punto di incontro e creatività per il XIXe Arrondissement e che ospita un salone dedicato al lavoro e al job placement, con forum dedicati ai giovani e agli over-50, disoccupati di ritorno che devono essere immessi in “nuovi cicli lavorativi”. Il Centquatre porta avanti un piano d’azione con imprenditori, progettisti e ricercatori che lavorano per promuovere l’innovazione nella creazione, la creazione di innovazione e per sostenere l’emergere di idee, la sperimentazione e la diffusione di progetti innovativi, la nascita delle nuove imprese nel punto di intersezione della creatività e dell’innovazione. Oltre all’incubatore per sostenere la nascita di startup innovative, il centro sperimenta dispositivi innovativi in relazione alle problematiche urbane e all’arte pubblica e organizza eventi legati alle arti digitali e ai campi della creatività e dell’innovazione.

05 Paris Centquatre

05. Parigi, uno degli spazi dedicati alla creatività e al community empowerment dell’incubatore creativo del Centquatre.

RE-SPONSIBLE. Il ciclo della democrazia richiede che la comunicazione alimenti il miglioramento dei caratteri di partecipazione ed efficienza dei piani stessi, promuovendo ambienti diffusi di cognizione/azione più adeguati ai bisogni sociali e ambientali contemporanei. Una nuova etica argomentativa della pianificazione deve diventare veicolo di relazioni interpersonali, generatore di responsabilità e attivatore di mobilitazione delle intelligenze collettive attorno al progetto urbano attraverso la diffusione di network di urban center sempre meno luoghi fisici e istituzionali e sempre più mobile, open and shared.

RE-MOTE. Il ciclo digitale chiede un’elevata sinergia tra la nuova poli-centralità dei servizi, la struttura edilizia molecolare e l’offerta di servizi tecnologici sempre più wireless e cloud based. I nuovi tessuti urbani derivanti dal riuso dovranno essere sempre più permeati da componenti digitali che si compongono e ricompongono tra producer e consumer intercettando le domande dei cittadini, le loro percezioni e le loro esigenze di funzionalità e di comfort, e arricchendole con le loro richieste di conoscenza ed esperienza e con la domanda di democrazia, contribuendo all’unione fra le reti digitali e quelle fisiche creando le condizioni per riattivare la nuova città pubblica. Siamo di fronte alle prime forme di open urbanism per città più senzienti e dialogiche, di cui parla Saskia Sassen (2011). Makers, fablabers, urban farmers, startuppers, smart citizens e co-workers sono i nuovi protagonisti della città contemporanea, attori dell’urbanistica, della politica e della società nella terza rivoluzione industriale in cui siamo entrati. I cittadini tornano ad essere produttori: diventano agricoltori per animare parti di città dismessa attraverso l’agricoltura urbana, diventano lavoratori della conoscenza attraverso gli atelier o gli incubatori creativi, producono eventi culturali attraverso il crowfunding, gestiscono teatri e servizi culturali. Oppure sono i nuovi artigiani della rivoluzione digitale: tornitori di oggetti con le stampanti 3D, o riparatori in un momento in cui riciclare diventa più importante che rottamare.

06 Barcelona Fablab

06. Barcellona, il fablab autosufficiente dal punto di vista energetico e generatore di spazio pubblico.

RE-TICULAR. Il ciclo del policentrismo è proteso verso l’impegno di inserire nell’armatura urbana, ormai troppo cristallizzata, nuovi nodi di aggregazione sociale che la fluidifichino, utilizzando luoghi dell’architettura intercettati nel loro mutamento e riutilizzati per occasioni di socialità come nuovi attivatori urbani. Le città reticolari delle nuove economie arcipelago e dei rizomi sociali accelerano l’affermazione di nuovi valori che permettano di produrre nuovi cicli semantici sulle aree in trasformazione e in dismissione capaci di indirizzare il mutamento. Continuando una consolidata strategia policentrica, Parigi, Berlino e Amsterdam stanno progettando ambienti urbani strutturati in arcipelaghi di poli competitivi nei diversi campi dello sviluppo, con l’impegno di aiutare le nuove imprese del terziario avanzato o del manifatturiero urbano a rivitalizzare i nodi urbani agevolandone la localizzazione in aree di riciclo a più basso costo insediativo. Idea che rimanda esplicitamente al manifesto del 1977 di Oswald Mathias Ungers e Rem Koolhaas per risolvere la de-urbanizzazione di Berlino facendone un “arcipelago urbano” di luoghi densi entro contesti più rarefatti: la città nella città (Hertweck and Marot, eds., 2013).

RE-NAISSANCE. Il ciclo delle opportunità innovative attiva i nuovi mestieri urbani che affiancano quelli tradizionali, rivitalizzandoli, modificandoli e adeguandoli a mutate domande. La città delle opportunità richiederà sempre più spesso non solo l’esercizio della creatività, della visione strategica, del progetto ecologico e della gestione innovativa, ma richiede anche progetti integrati, tattiche lillipuziane accompagnate da una costante valutazione degli effetti delle scelte e dal controllo delle performances. A Saint-Nazaire Gilles Clément ha avviato il rinascimento della vecchia base dei sottomarini introducendo piante tra gli interstizi murari: il Jardin du Tiers Paysage, colonizzando il tetto della base produce un seducente reticolo verde percorribile e che connette le nuove funzioni museali, educative e ristorative assegnate dal programma di rigenerazione urbana.

07. Saint-Nazaire, il Jardin du Tiers Paysage progettato da Gilles Clément per il tetto della ex base dei sottomarini.

07. Saint-Nazaire, il Jardin du Tiers Paysage progettato da Gilles Clément per il tetto della ex base dei sottomarini.

Anche nella Grecia in piena recessione si pensa di riattivare i meccanismi di sviluppo rilanciando la rigenerazione urbana di Atene, ripensando e attivando nuovi cicli più resilienti e sensibili nelle grandi aree in declino: il concorso Rethink Athens per University Street ne è un esempio concreto.

08. Atene, il progetto per la riattivazione dello spazio pubblico dismesso di University Street attraverso azioni progettuali di riciclo e di riconnessione dei cicli del metabolismo urbano (OKRA Team con Mixst urbanism e la Wageningen University).

Non sono solo parole chiave o visioni astratte, ma si propongono come sette orizzonti operativi che offrono nuove dimensioni urbane agli uomini che le abiteranno, che le modificheranno e che le cureranno alimentandone costantemente l’evoluzione. Sull’ingente patrimonio di tessuti urbani periferici in transizione, o devastati e perforati dalla dismissione produttiva o caratterizzati da una residenza energeticamente inefficiente e strutturalmente insicura non possiamo agire solo per  manutenzione o sostituzione. Occorre invece attivare procedure per l’attivazione di più cicli di vita contemporanei sulla stessa realtà per renderla meno erosiva dell’ambiente e delle risorse, e più creativamente innovativa, più inclusiva dal punto di vista sociale e più performante dal punto di vista energetico. Ma soprattutto per conferirgli la flessibilità necessaria per rispondente tempestivamente alle esigenze del futuro in tumultuosa – e riteniamo vitale – metamorfosi.

Tutto questo richiede un cambio di paradigma in cui il territorio venga inteso quale risorsa da preservare, non solo in termini di riduzione del suo consumo, ma soprattutto considerandolo un detentore di “cellule di sviluppo” spesso dimenticate, sottoutilizzate o mistificate dall’illusione di onnipotenza del progressismo. Alla città della rendita fondiaria occorre sostituire la città della “rendita sociale e creativa”, in grado di agire con maggiore efficacia sulla stratificazione delle risorse e sulla ciclicità delle energie. Città che sappiano riciclare il suolo già utilizzato per evitare di disperdere energia (elettrica, termica, idrica, etc.), per costruire quartieri intelligenti, non solo in senso tecnologico, ma nel più ampio senso di città più sapienti, capaci di stimolare la partecipazione collettiva e, quindi, più responsabili. L’impegno di una nuova responsabilità del progetto per città vivibili, creative, attrattive e solidali ci impone che vengano attivate azioni orientate al riciclo, attraverso la riattivazione dei loro potenziali latenti o esclusi dalle passate scelte di un modello di sviluppo drogato da politiche urbane inefficienti, omologanti, insensibili ai capitali cultuali e costruite in deficit, non solo finanziario, ma soprattutto qualitativo.

guest writer | Maurizio Carta

Maurizio Carta, Architetto e dottore di ricerca in Pianificazione urbana e territoriale, esperto senior di pianificazione urbana e territoriale. Svolge attività di ricerca presso il Dipartimento di Architettura dell’Università di Palermo, occupandosi di valorizzazione del patrimonio culturale nei processi di sviluppo locale, di pianificazione strategica e di politiche e progetti di rigenerazione urbana alimentati dalle risorse culturali e creative delle città.

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