VERSO IL COMMUNITY TRASH – BECAUSE BUSINESS IS BUSINESS

L’abstract

Ci interessa porre una questione, che si basa sull’esperienza fatta con due progetti (BYG – Be Your Garbage, ancora in gestazione e LOWaste for action, in corso di sviluppo).
E poi tirare un po’ le fila.

La questione

I nostri due progetti (byg e lowaste for action) si sono trovati – per necessità – a lavorare sul filo di un principio, esattamente in linea con questo numero di On/Off: oggi, grazie a tutta una serie di bisogni, sforzi, progetti e politiche, il rifiuto diviene materia prima o risorsa.

Il rifiuto è un bene

Questo vuole dire che, esattamente come succede per molte altre materie prime, vi si attribuisce un valore, diviene un bene. Se assume un valore diventa un business, ma non è detto che gli unici due tipi di business legati ai rifiuti, sostanzialmente messi in atto ad oggi siano, da un lato quello delle grandi società che li gestiscono (e non a caso esistono le eco mafie) e dall’altro quello di Freitag.

disclaimer #1
Chiediamo venia se può sembrare che affrontiamo il problema con l’accetta: è solo in virtù di uno sforzo di sintesi e chiarezza. La faccenda è complessa ed articolata, ha molti attori ed elementi. Vi ringraziamo per la comprensione e in caso di domande saremo lieti di rispondere.

Il business dei rifiuti

Se tracciassimo l’albero della filiera dei rifiuti  scopriremmo quanto esso sia enorme. Non ci sembra questa la sede per farlo, anche perché il resto nel numero se ne occupa in maniera più esaustiva. Pensare, però, a quanti elementi, soggetti, imprese esistono nel tragitto da casa al termo-valorizzatore, risulta abbastanza chiarificatore. In questo momento il rifiuto in quanto tale è un bene decisamente redditizio e genera una filiera molto articolata, pesante e ormai consolidata.
Altro aspetto interessante è capire quanto questa filiera sia invisibile: per la maggior parte di noi, il rifiuto prodotto a casa magicamente sparisce, in virtù di una forza ultraterrena. Pensiamo: va bene così, tanto non dobbiamo più occuparcene noi (salvo poi pagare la ex TARSU, ora TARES, domani chissà). Una considerazione interessante a proposito dell’invisibilità di servizi e infrastrutture cruciali per il nostro quotidiano è quella di Mr. Bruce Mau:

For most of us design is invisible. Until it fails. In fact, the secret ambition of design is to become invisible, to be taken up into the culture, absorbed into the background. The highest order of success in design is to achieve ubiquity, to become banal.

The automobile, the freeway, the airplane, the cell phone, the air conditioner, the high-rise – all invented and developed first in the West, but fully adopted and embraced the world over – have achieved design nirvana. They are no longer considered unnatural. They are boring, even tedious. Most of the time we live our lives within these invisible systems, blissfully unaware of the artificial life, the intensely designed infrastructures that support them. Accidents, disasters, crises.

When systems fail we become temporarily conscious of the extraordinary force and power of design, and the effect that it generates. Every accident provides a brief moment of awareness in real life, what is actually happening, and our dependence on the underlying systems of design.”

(Bruce MauJennifer LeonardInstitute without Boundaries, Massive Change, Phaidon, 2004)

disclaimer #2
Dopo quanto sopra esposto, non vorremmo assolutamente sembrare dei “manichei” o semplici nemici del modo tradizionale di smaltire i rifiuti. Vogliamo però focalizzarci sul fatto che all’interno di questo sistema consolidato c’è spazio, per diversi modi di attribuire valore ai rifiuti.  Proseguiamo col prossimo punto.

La piramide rovesciata

E’ interessante pensare alle moltissime cose che possiamo fare coi rifiuti, prima che essi divengano tali, se li consideriamo dunque materie prime. Ricorrere alla filiera dello smaltimento solo per ciò che è realmente divenuto rifiuto. Ovvero ciò che non trova utilizzo a meno di riprocessarlo strutturalmente. Pensate a quante cose potreste dare a qualcun altro, cose che state cambiando perché non vi piacciono più. Oppure a quante cose buttate perché rotte e pensate che le cose non si riparano più. Pensate a quanto può essere trasformato in altro (pensiamo ad esempio al bellissimo design del popolo di Vladimir Archipov). Pensate a quante cose possono essere smontate, disassemblate e indirizzate ad altri usi. Pensate a quante cose si possono fare e a quanto poco si faccia. Perché? Food for thoughts!

Veniamo ai progetti.

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BYG – Be Your Garbage

Questa è la storia di BYG: un importante player del mondo dello smaltimento dei rifiuti (si definiscono multi-utility, in quanto spesso si occupano anche di energia, acqua etc.) ci chiede aiuto. I loro impianti di trattamento, dal riciclo ai termovalorizzatori sono molto efficienti ma il loro problema riguarda gli utenti: se la gente a casa, quindi a monte del cassonetto, non differenzia correttamente i rifiuti, gli stessi non possono essere processati nei loro impianti. Un esempio: una buccia di banana di troppo, in un camion di plastica, rischia di far finire tutto il contenuto del camion nel trattamento dell’indifferenziato. Immaginare il motivo è facile: pensate a cosa vorrebbe dire infilare un poveretto nel camion a cercare la suddetta buccia di banana.
La nostra proposta è stata un servizio/campagna di comunicazione, principalmente web, per aiutare le persone a gestire nella maniera più sensata i propri rifiuti domestici e abbiamo fatto due interessanti scoperte:

La scoperta interessante #1

Ne abbiamo già accennato: ci sono un sacco di azioni che si possono compiere prima di buttare via una cosa. Direte voi: “scoperta dell’acqua calda!”, learning by doing diremmo noi. Abbiamo inoltre scoperto che, per il nostro cliente, questi mondi erano scarsamente interessanti in quanto drenavano rifiuti (quindi risorse) al loro business.

La scoperta interessante #2

La maggior parte di queste attività alternative riguardo ai rifiuti (definiamole temporaneamente filiere alternative) erano sostanzialmente condotte da community auto-organizzate, a volte parti del terzo settore, comunque quasi sempre alimentate dal basso.

L’epilogo di BYG

Alla fine il progetto è riuscito ad includere una serie attività legate a queste micro filiere alternative e abbiamo quindi salvato capra e cavoli. Al momento non possiamo mostrarvelo perché ancora in fase di gestazione, quindi riservato (abbiamo però voluto raccontarvi della sua identity). Noi ne siamo usciti con la consapevolezza che forse il rifiuto potrebbe essere considerato come una risorsa pubblica. E si potrebbe concepire di trattarlo, ad esempio, allo stesso modo degli open data. Mica male. Ma torniamo all’altra modalità con cui si gestiscono i rifiuti oggi.

L’eco chic ci affonderà

Il problema è che spesso l’idea di upcycling, di dare dunque altra vita ai rifiuti in quanto materie prime o materie prime seconde etc. ci porta, allo stato attuale, in un tunnel di debolezza.
(anche se non è sempre vero, basti pensare a quello che succede nei progetti europei CIP – eco-innovation. Purtroppo però, approcci di questo tipo non sono ancora abbastanza diffusi).

L’effetto Freitag è pericoloso. (Niente contro la Freitag, io per esempio ne ho una blu, bellissima, che dura da 7 anni ed è un grandissimo prodotto). Purtroppo resta pericoloso perché non è capace di creare valore a scale significative. Ciò lo rende debole rispetto ai grandi player a cui abbiamo accennato precedentemente e ne diminuisce drasticamente la sua capacità di impattare positivamente sul mercato e sulla nostra vita.
Il problema è che l’upcycling resta troppo spesso legato ad approcci che si accontentano di rimanere nell’artigianato, di lavorare sulle piccole serie e spesso relegati al mondo dei makers. Questo per ragioni abbastanza strutturali: se si è dei piccoli soggetti è molto difficile l’approvvigionamento di materie prime. Spesso le piccolissime serie dipendono dalla capacità di recuperare solo piccoli lotti di materiali. Inoltre, da piccoli produttori è difficile aprirsi a mercati che non siano piccolissimi.
Sintetizzando, in una situazione come quella sopra descritta, mancano logiche di filiera, di distretto, a causa del fatto che ciascuno deve costruire da se tutti i pezzi dell’ingranaggio.

disclaimer #3
Non abbiamo niente contro i makers etc. 🙂
E’ un sistema/settore di importanza cruciale e soprattutto già esiste ed è in moto. L’obiettivo di questo ragionamento è ribadire la necessità di sostenere la creazione di altre forme di filiere ed economie, in grado di produrre maggior valore a partire dai rifiuti, le quali possano inoltre trovare il modo di competere con le filiere esistenti e consolidate.

La domanda chiave è la seguente

Con strumenti ed approcci adeguati, è possibile attivare segmenti privati del territorio e della società, a partire da community,  che possano creare nuove economie e filiere a partire dai rifiuti? Esattamente come si fa –  come dicevamo prima – con gli open data?

Volendo essere ancora più espliciti: possiamo immaginare un futuro in cui un gruppo di privati (cittadini imprese etc.) si mettono insieme per creare possibilità di impresa a partire dall’upcycling di rifiuti/scarti che sono prodotti nel loro territorio?
Se la risposta è si, quali strumenti e quali approcci?

LOWaste for action

Quanto sopra descritto abbiamo provato a metterlo in moto. Il comune di Ferrara nell’ambito del progetto europeo LOWaste ci chiede di fare LOWaste for action, ovvero di aiutarli a creare delle filiere di upcycling per quanto riguarda alcuni scarti che vengono prodotti sul territorio (inerti da edilizia, tessili sanitari, legname da attrezzature urbane dismesse). Noi, insieme a indica e kilowatt, abbiamo raccolto la sfida.

Tutti in fila

Siamo partiti da tutteo ciò che abbiamo raccontato finora, quindi teniamolo a mente.
Poi ci siamo detti: spesso l’equivoco dell’upcycling nasce dal fatto che ad occuparsene è sempre il designer col verificarsi delle criticità sopra descritte. Partiamo dunque dal presupposto che non ci interessa avere un’idea prestabilita di quali prodotti/applicazioni possano venire fuori da questo processo.
Proviamo a partire da quali posizioni/ruoli/funzioni sono presenti in una filiera (tenendo conto che si parte da chi produce il rifiuto e si finisce al consumatore, chiunque sia b2b, b2c, b2whatever). Troviamo quindi un modo per individuarle nel territorio di Ferrara (o al massimo scoprine l’assenza e capire in quel caso come risolverla).

Il come

Dato che un principio in cui crediamo è: “the community is the message”, e che questo progetto ha lo scopo di creare empowerment e consapevolezza nei soggetti appartenenti al territorio, abbiamo deciso di chiederlo direttamente a loro.

Abbiamo dunque scritto il bando di concorso che trovate qui:

Nel bando viene semplicemente chiesto ai partecipanti di esprimere il modo in cui immaginavano di partecipare alla filiera. Ciascuno dicendo ad esempio: io non sono un designer ma posso cucire/scucire quei tessili; io potrei occuparmi della logistica; io della mobilitazione; io di progettarne nuove applicazioni etc. L’idea di fondo era di individuare così parti di filiera latenti che attendevano solo di essere collegate.

I workshop

Trovate queste persone (una sessantina di candidati), abbiamo organizzato dei workshop. Durante il primo, per tavoli tematici, le abbiamo fatte incontrare, affiancate da esperti. Il tutto con un compito da svolgere, semplice e difficile allo stesso tempo: pensare a delle filiere che mettano a valore questi scarti/materie prime.

Sono venuti fuori 5 business model per imprese che a vario titolo si occuperanno della questione e circa 12/15 possibili applicazioni, nell’ambito degli stessi business model.
Poi ci siamo salutati, dandoci appuntamento a un mese dopo. In questo periodo i candidati, da casa, hanno sviluppato individualmente le varie parti di questi progetti, con la promessa di incontrarsi al secondo workshop per mettere a punto tutto. Per facilitarne l’interazione è stato creato un gruppo facebook nonché utilizzati altri strumenti web.

Work in progress

il secondo workshop si è concluso e, con enorme soddisfazione, notiamo che tutto fila e funziona. Abbiamo prototipi sia dei business model, sia dei prodotti, nonché la mappa delle possibili filiere. Possediamo inoltre la mappa dei potenziali attori coinvolti e di possibili soggetti disposti a farsi carico di queste avventure imprenditoriali.

Il terzo workshop che si terrà tra un paio di mesi sarà un marketplace: la natura del progetto europeo non prevede l’affiancamento da parte dell’amministrazione allo sviluppo di tali idee imprenditoriali (in quanto esula dal proprio ruolo). L’ultimo step sarà quello di far incontrare le persone con i loro risultati e quel sistema di attori con cui si confronteranno nel momento in cui svilupperanno questi progetti: incubatori, finanziatori, banche, fornitori di servizi, clienti etc. Poi attendere che i semi germoglino.

Anche in questo caso abbiamo verificato alcune cose interessanti:

La scoperta interessante #1

In un mondo in cui il sistema del welfare è decisamente in crisi, è interessante tratteggiare nuovi ruoli per la Pubblica Amministrazione. Ad esempio quello di tornare a rivolgersi verso l’aspetto che dovrebbe essere fondamentale della sua mission (del quale peraltro ha l’esclusiva!): il perseguimento del bene comune.
Da un lato, creando un processo di pre-incubazione (come alcuni lo chiamerebbero) che faccia incontrare risorse esistenti e valorizzarle.
Dall’altro, iniziando a gestire la maggior parte delle proprie risorse come beni comuni o collettivi.
Il concetto di rifiuto come opendata è una analogia che ci piace molto. Per metterla in atto però è necessario agire sulle politiche, sulle norme e su tutti quegli elementi di competenza della Pubblica Amministrazione, che ha per questo motivo il potere sia di soffocare sia di alimentare i processi dal basso.

La scoperta interessante #2

Parte della società potrebbe prendere in carico lo sviluppo di alcuni servizi (addirittura  primari) che precedentemente erano di  esclusiva competenza pubblica. Il tutto secondo i principi di delega, responsabilità ed efficienza. Si potrebbe tornare, all’interno di una logica di bene comune, a vedere l’iniziativa privata come un driver positivo. In grado di generare valore e potenziale occupazionale.

La scoperta interessante #3

In effetti è possibile, secondo quanto enunciato prima, valorizzare i rifiuti all’interno di filiere alternative,  precedenti a quelle dello smaltimento e capaci di produrre economie significative rispetto ai processi di upcycling oggi più affermati. I prototipi cantano.

La scoperta interessante #4

Ciò può essere fatto con processi leggeri, wiki, che mobilitano comunità già presenti sul territorio

La scoperta interessante #5

Il processo può produrre esiti di qualità. Non era affatto scontato.

L’epilogo di tutto

Ovviamente queste considerazioni, come si diceva prima possono sembrare “fatte con l’accetta”, ma abbiamo voluto provare a collegare la serie di elementi dell’equazione che solitamente vengono tenuti separati.

Inoltre (e questo è un nostro pallino), ci piace verificare con gli altri ciò che facciamo. Sia per migliorarlo, sia per rendere disponibili metodi e strumenti che abbiamo sperimentato. Siamo quindi a disposizione per entrambe le cose.
Poi pensiamo che esercitarsi in queste forme di autoanalisi in cui un’editor ti costringe a scrivere con una scadenza che incombe è un ottimo modo per sperare di portarle a termine.

E con questo dovrebbe essere tutto…hope you enjoyed 🙂

guest writer | Marco Lampugnani 

Progettista di soluzioni per la dimensione pubblica. È co-founder nel 2008 di Snark – Space Making, network interdisciplinare di progettazione. Svolge attività didattica e di ricerca in alcune università. Formatosi da architetto la sua attività è sovente rivolta ad aiutare vari soggetti a gestire il proprio ruolo nella dimensione e nei processi pubblici. 

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