PROSPETTI CAPITOLINI. CONVERSAZIONE CON ESTELLA MARINO

Sono le 14:30 del 6 febbraio, nella maestosa sede del Campidoglio incontriamo Estella Marino, ingegnere ambientale e Assessore all’Ambiente, agroalimentare e rifiuti di Roma Capitale, che si trova oggi ad affrontare una delle maggiori crisi per il Comune di Roma, quella dei rifiuti. On/Off Magazine intervista l’assessore che svela alcune strategie per il futuro della città eterna.

Estella Marino

Estella Marino

G.D.F. Potrebbero i rifiuti rappresentare una risorsa piuttosto che una crisi per Roma? In che modo?

E.M. Il problema dei rifiuti rappresenta una sgradevole crisi. Quasi il 60% dei rifiuti romani finisce in discarica. La sfida, lanciata anche dalla comunità Europea, affinché gli scarti prodotti diventino una risorsa per le città, è il riciclo. Lo sforzo che da un anno cerchiamo di fare è quello di differenziare. Abbiamo avviato un progetto per la raccolta differenziata sulle cinque frazioni nei vari municipi. Questo è il primo obiettivo che la Capitale si pone.

Al processo di raccolta differenziata vanno affiancati i relativi impianti di smaltimento e trattamento (impianti di compostaggio, separatori di materiali ecc…). Penso che la soluzione ideale sia che ogni municipio, nel limite del possibile, si faccia carico di almeno parte di tali impianti per smaltire ciò che produce. Questo deve essere frutto di un’attenta progettazione.

G.D.F. Che ruolo potrebbe avere l’innovazione scientifica e tecnologica nella questione dei rifiuti?

E.M. Innovazioni scientifiche e tecnologiche rappresentano strumenti fondamentali a cui però non attribuirei un potere salvifico. L’innovazione tecnologica, a mio avviso, oltre ai più recenti sviluppi ingegneristici, che portano a impianti di smaltimento sempre più green, deve aiutarci soprattutto nella fase di progettazione e produzione dei prodotti. Si pensi ad esempio all’eco-design. L’eco-design cerca di evitare di produrre oggetti non riciclabili eliminando il problema del rifiuto alle fondamenta. È questa la giusta strada da seguire.

I nuovi mezzi informatici, i social network, rappresentano invece degli strumenti fondamentali per informare e formare i cittadini. Uno slogan a mio avviso importantissimo è “La raccolta differenziata inizia a casa dei cittadini”.  Internet rappresenta un mezzo per fare ciò. La presa di coscienza del problema rifiuti da parte dei cittadini è un aspetto fondamentale senza il quale la raccolta differenziata potrebbe essere destinata al fallimento.

G.D.F. Roma Rifiuti Zero è un’utopia o una realtà possibile? È possibile pensare un futuro senza inceneritori e discariche?

E.M. Rifiuti zero è uno slogan, è una visione. Rifiuti zero non esiste ma è ciò a cui vogliamo aspirare. Abbiamo ospitato Jack Macy, responsabile del ciclo dei rifiuti della città di San Francisco che ci ha raccontato come la città in dieci anni, a partire dal 99, abbia raggiunto l’80% di raccolta differenziata. Tutto ciò che non si riesce a differenziare finisce in discarica, probabilmente tecnologicamente avanzata, ma pur sempre una discarica. La sfida è diminuire il più possibile la porzione di rifiuti non riciclabili. Maggiore sarà la raccolta differenziata, minori saranno gli inceneritori e sempre più residuali le discariche.

La città californiana rappresenta il modello a cui miriamo e la linea programmatica su cui stiamo lavorando si ispira proprio al lavoro intrapreso dagli statunitensi, ma sappiamo anche che la sua popolazione è pari a 820 000 abitanti, circa un quarto di Roma, e che si tratta di obiettivi che non potranno essere raggiunti immediatamente ma soltanto a lungo termine. Intanto stiamo lavorando con i comitati Zero Waste su una delibera di iniziativa popolare, al fine di rinnovarla perché un pò datata.

G.D.F. Che cosa rappresentano oggi i 12000 ettari di immobili abbandonati e i numerosi vuoti urbani per la città di Roma?

E.M. Attualmente essi sono una forma differente di rifiuto che attraverso processi di rigenerazione possono però diventare una risorsa per la città e arginare il consumo di suolo. I molti urban voids e “scheletri” abbandonati in calcestruzzo, gli ex stabilimenti produttivi, rappresentano il frutto di processi di trasformazione in cui usi e funzioni non si sono adattati, non si sono evoluti nel tempo. Bisogna attribuire ruoli contemporanei a questi spazi, ruoli sicuramente differenti da quelli del passato e dalle logiche che li hanno governati. L’Assessore alla Trasformazione Urbana di Roma Capitale Giovanni Caudo sta impostando tutta la sua politica su questo tema, in particolare sulla questione degli immobili abbandonati, tanto da cambiare il nome stesso dell’assessorato all’urbanistica in “assessorato alla trasformazione urbana”.

Non siamo più in una fase di espansione della città”. Questa l’idea che il sindaco e l’intera giunta condividono. È necessario rigenerare quella molteplicità di luoghi in disuso, di vuoti interstiziali, al fine di evitare un ulteriore consumo di suolo, non più accettabile. Siamo nell’era della trasformazione, della rigenerazione urbana.

Un altro progetto che portiamo avanti e a cui sono particolarmente affezionata è “Terre ai giovani” di cui recentemente la prima delibera di indirizzi a cui seguirà successivamente il bando pubblico. Esiste una grande quantità di terreni agricoli di proprietà del comune di Roma inutilizzati.

L’idea è di affidarli, tramite bando, a giovani agricoltori, a cooperative o altri soggetti impiegati nell’agricoltura, per recuperare queste parti di territorio e creare nuovi posti di lavoro. Non bisogna dimenticare che Roma è, infatti, il più grande comune agricolo d’Europa. Inoltre 4500 ettari di verde pubblico lo distinguono dalle altre capitali.

Il tema del recupero del verde è un altro tema che stiamo affrontando in un momento di tagli di bilancio. Insieme ai municipi stiamo avviando un processo di decentramento del verde di prossimità, quello di piccola dimensione, e una razionalizzazione delle risorse che i cittadini mettono a disposizione con la possibilità di affidare la manutenzione anche a singole persone particolarmente affezionate a quest’argomento. Un altro grande tema da affrontare è la fragilità del territorio, i rischi idrogeologici e il potenziamento delle infrastrutture. Questi sono i nuovi settori di sviluppo non certo l’edificazione di nuovi quartieri.

G.D.F. Come promuovere una green economy e uno sviluppo sostenibile?

E.M. Sono particolarmente devota, vista la mia formazione, al paradigma dello sviluppo sostenibile perché a mio avviso è un modello corretto.

Il tempo della promozione è trascorso. Adesso è il tempo di fare. Dal modello dello sviluppo sostenibile oggi si sta passando a quello della smart city e Roma non ha ancora effettivamente applicato il primo dei due nonostante si sia molto discusso negli anni passati. Bisogna operare effettivamente, applicare strategie sostenibili, che nella sua più totale accezione racchiudono aspetti ambientali, sociali ed economici.

L’economia su cui Roma si è costruita in questi ultimi anni, è stata quella del mattone. I dati del CRESME dimostrano un recente cambio di rotta verso nuovi settori economici attenti al riciclo e al recupero dei materiali e ai loro cicli di vita, alle energie rinnovabili e all’ambiente. Penso che questi settori debbano essere implementati per diventare uno spicchio consistente dell’economia romana. Ormai gran parte del settore edilizio romano si occupa non di edificazione ma di recupero, trasformazione ed efficientamento energetico. È Dunque evidente che il mercato si sta spostando in quella direzione.

G.D.F. Che ruolo può avere la facoltà di architettura nell’interfacciarsi con la pubblica amministrazione?

E.M. Credo che la sinergia tra il mondo della ricerca, dunque le facoltà universitarie e l’amministrazione sia indispensabile. Oggi più che mai l’ente locale è impegnato a rincorrere l’emergenza e non ha il tempo né le forze di operare una riflessione profonda. Il tempo della progettualità è ridotto. Al contrario le facoltà sono spazi prolifici ove si ha un’iper-produzione di idee, di ricerche, di modelli innovativi che non riescono però a essere applicati sul territorio. Questo rappresenta uno spreco.

Utilizzare la capacità di analisi, le proposte delle facoltà per affrontare alcuni dei problemi quotidiani è una forza di cui ha bisogno la pubblica amministrazione per sviluppare maggiore progettualità e non essere schiacciati dalle emergenze.

G.D.F. Il fenomeno dei Makers, la continua nascita di associazioni e hub per l’innovazione dimostra come idee innovatrici nascano spesso dal basso.

E.M. Numerosi sono i gruppi e i movimenti impegnati in prima linea nella lotta dei rifiuti e non solo. Questi soggetti se coinvolti nei processi attivati dalla pubblica amministrazione possono portare al raggiungimento degli obiettivi prefissati in un tempo molto più rapido. Incontrarli tutti per confrontarmi è ciò che come amministratore sto facendo. Ma la nostra ambizione è un po’ più grande, è quella di creare nuovi spazi, laboratori in cui cooperazione, progettualità e innovazione diventino i processi chiave per nuove idee sui rifiuti della capitale, capaci magari di attivare anche nuove economie.

G.D.F. In quali dei progetti del libro Urban Voids  lei intravede una possibilità di interesse per il suo assessorato?

E.M. L’idea degli Urban Voids, come micro-progetti per la riattivazione di spazi fisici e sociali, più o meno dimenticati e degradati della città, è certamente un’interessante approccio del quale, al di là dei singoli progetti, mi piace cogliere l’attenzione alla reinvenzione degli spazi urbani attraverso logiche di sostenibilità delle realizzazioni e di mixed use capace di attrarre e attivare funzioni diverse per uno stesso spazio. In particolare per l’Assessorato all’ambiente alcuni spunti importanti sono forniti (faccio solo alcune citazioni, riconoscendo la validità di molti dei progetti presentati) dai progetti basati sul riuso e riciclo dei materiali e dei rifiuti a quelli per la creazione di aree verdi che progettino già superfici per il deflusso, convogliamento e utilizzo delle acque piovane per l’irrigazione delle aree stesse, associabile per esempio alla creazione di orti urbani che si prevedono in crescita.

Insomma, un’idea di Urban Voids  come micro-progetti, da convogliare in una rete strutturata e diffusa di interventi volti alla trasformazione sostenibile degli spazi è certamente quello su cui, non solo l’Assessorato all’Ambiente, ma l’Amministrazione deve puntare per riqualificare la città.

G.D.F. Il problema Malagrotta rappresenta una delle crisi più grandi che la città di Roma si trova ad affrontare. Come valuta la proposta sistemica di Foreste Urbane?

E.M. Il bacino della Valle Galeria è una delle aree che più ha subito la mancanza di una programmazione lungimirante e attenta alla sostenibilità e al benessere del territorio e dei cittadini. La chiusura della discarica di Malagrotta e il conseguente avvio del progetto di monitoraggio MAVGA sono solo i primi passi per avviare un grande processo di risanamento e vero e proprio riscatto dell’area, nella quale ancora insistono molte criticità. Le cave dismesse o in via di esaurimento sono una di queste e il loro risanamento dovrà far parte di un progetto più complessivo che, come si osserva nella proposta di ‘Foreste Urbane’ deve tener conto, tra le altre, del mantenimento dell’identità di contesto.

Dunque il riassesto e recupero ambientale di tutta l’area della Valle Galeria dovrà, in primis, tener conto della necessaria bonifica e messa in sicurezza e, a quel punto, si potrà immaginare una progettazione degli spazi tenendo conto anche della conformazione idrogeologica e delle sue trasformazioni che, proprio di recente, hanno “reclamato” un’attenzione e un ripensamento rispetto allo sfruttamento passato, per evitare danni e disastri ambientali conseguenti alle emergenze metereologiche.

G.D.F. Ci lasci con la sua immagine della Roma futura

E.M. Penso banalmente a una Roma sostenibile, prospetto complesso ma indispensabile da elaborare.

 Gaetano De Francesco | nITro

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