NON ROMPERE LE “BOLLE PROSSEMICHE”

“Fra le tante cose che parlano di noi c’è anche il modo in cui ci collochiamo nello spazio e regoliamo le nostre distanze rispetto agli altri e all’ambiente”   Marco Costa

1I nostri confini non coincidono con la nostra pelle o i nostri vestiti. Tutti noi, intorno al nostro corpo, abbiamo uno spazio, una sorta di bolla che ci avvolge, ci separa e ci protegge dal resto del mondo. Questa bolla non è uno spazio neutro, ma rappresenta il nostro spazio personale. Quando le distanze interpersonali si riducono, o aumentano, eccessivamente si generano particolari stati psico-ficici o variazioni emotive, come ad esempio l’ansia, che danno luogo ad una spiacevole sensazione di stress.

Esistono distanze differenti a seconda delle situazioni che possiamo dividere in:

  • distanza intima: (15 > 45 cm) in cui vediamo quasi solo la faccia del nostro interlocutore, che usiamo nei rapporti interpersonali più stretti.
  • distanza personale : ( 45 > 120 cm) è quella della conversazione normale.
  • distanza sociale : (120 > 360 cm) è quella delle interazioni più formali, come per esempio il lavoro.
  • distanza pubblica : (3 > 6 m) è quella che intercorre, in genere, tra sconosciuti che non hanno intenzione di interagire tra di loro.

Queste distanze, però, variano anche in base ad altri fattori come cultura, età ed autostima. Nelle popolazioni mediterranee, arabe ed ispaniche, infatti, gli individui tendono ad interagire più vicini tra di loro a differenza dei popoli del Nord Europa o degli Stati Uniti a cui attribuiamo, spesso, freddezza ed ostilità.

I bambini e gli anziani, poi, hanno distanze di interazione generalmente inferiori che, invece, aumentano nella fascia d’età intermedia. Inoltre ci sono le così dette “differenze di genere” per cui le donne usano distanze interpersonali più ridotte degli uomini.

Oltre la distanza bisogna tener conto anche dell’angolo di interazione che può essere: faccia a faccia, fianco a fianco oppure ad angolo rispetto all’altro. Per i maschi, poiché hanno bisogno di uno spazio di interazione maggiore, una conversazione faccia a faccia risulta più “invadente” rispetto alle altre due. Per le donne, invece, è la posizione fianco-fianco a procurare una sensazione di maggiore stress.

Questo è di norma ciò che avviene nel mondo reale, dove matericamente tendiamo a difendere il nostro spazio, ma come cambiano queste bolle prossemiche nell’infinito mondo del web?

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Nick Yee, dottorando del dipartimento di Comunicazione della Stanford University, ha condotto uno studio osservazionale su Second Life, una comunità virtuale descrivibile come uno spazio persistente in 3D totalmente creato e sviluppato  dagli utenti, arrivando alla conclusione che la prossemica virtuale si discosterebbe poco dalle regole del “reale”. L’unica sostanziale differenza, infatti, sembrerebbe essere il fatto che nel mondo virtuale, acquisendo una maggiore stima in se stessi, diminuiscono i freni inibitori. Questo aiuta, inevitabilmente, a raggiungere più facilmente distanze intime e personali.

Oggi la prossemica si è affermata come una disciplina tanto rilevante da aiutare designer e architetti nella progettazione di spazi, negozi, uffici, locali pubblici e addirittura aerei.

Lo studio prossemico, infatti, già nelle intenzioni originarie del suo iniziatore,( l’antropologo Edward T. Hall, 1963) oltre a descrivere la relazione psicologica tra uomo e ambiente circostante voleva indurre progettisti e architetti a non cadere nell’ errore di costruire città nelle quali l’incuranza dei bisogni e dei linguaggi delle varie etnie rischierebbe di forzare intere popolazioni a un modello di vita innaturale, causando, quindi, disadattamento e fonti di stress socialmente pericolose.

Rosamaria Faralli | nITro

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