IN CROWD WE TRUST

libertà vs robocop

Lo so. Vi starete chiedendo: perché mai abbia scelto di associare in maniera insolita la Statua della Libertà e il fantascientifico personaggio di Robocop?

Beh perché sono l’emblema di due aneddoti, più o meno recenti, che raccontano di uno tra i più interessanti fenomeni al centro del dibattito attuale, il civic crowdfunding, una modalità di finanziamento a sostegno di idee e progetto divenuta oggi pervasiva e decisiva (basti pensare a progetti come l’High Line e la Low Line di New York, e molte altre esperienze legate alla piattaforma Kickstarter) grazie all’avvento dei social media.

Questa nuova modalità di microcredito distribuito non è una pratica troppo recente. A tal proposito parliamo della Statua della Libertà, che nel 1884 rischiava di rimanere a Parigi, causa mancanza di fondi da parte dell’America Committee. Come si sbloccò la vicenda? Grazie all’intervento del filantropo Joseph Pulitzer, che attraverso il suo giornale, il New York World, mobilitò l’opinione pubblica arrivando a raccogliere 100.000 dollari che consentirono alla statua di essere collocata nella baia di NY dove oggi è possibile ammirarla.

Bene, interessante…ma Robocop cosa c’entra? Nel 2011 un gruppo di cittadini di Detroit sceglie il noto personaggio di fantascienza come simbolo da erigere nel centro della città, per cui è stato anche raggiunto il sorprendente obiettivo di 60.000 dollari! Questi due esempi sono tesi ad evidenziare le straordinarie potenzialità del civic crowdfunding, soprattutto se adoperato in stretta relazione con i social media, tuttavia mostra le proprie debolezze in assenza di una governance in grado di veicolare scelte prioritarie per un territorio.

Il tema del crowdfunding è stato affrontato recentemente durante l’Open Camp a Roma, un’occasione per avere una panoramica delle più interessanti esperienze italiane e non in tema di creatività e innovazione. E’ in questa occasione che incontriamo Alessio Barollo, architetto laureatosi presso lo IUAV di Venezia e membro dell’ Italian  Crowdfunding Network, che in occasione di Open Camp ha coordinato un workshop tematico sul crowdfunding e che ci aiuterà a comprendere meglio questo fenomeno.

S.M. A chi è rivolto il workshop?

A.B. Il workshop è aperto alla partecipazione di architetti e designer, esperti di comunicazione, managers, artigiani,  imprenditori e a tutti coloro che hanno voglia di mettere in gioco la propria creatività. Si apprendono le potenzialità del crowdsourcing, le modalità di inserimento all’interno del panorama normativo di EU2020 che guida lo sviluppo economico e sociale e come questo aiuti a uscire da una situazione di crisi. Il tutto nella convinzione che non si è più semplici cittadini bensì un potenziale sociale, politico, culturale e di sviluppo.

S.M. Come è possibile evitare altri “casi Detroit”?

A.B. Deve necessariamente esistere una struttura scientifico-culturale che verifichi le proposte fatte da cittadini e associazioni, e che dialoghi in modo attivo con le parti coinvolte. Dopo questa prima scrematura, si passa alla fase in cui i metodi on-line si integrano con quelli off-line (almeno fino a quando il livello di alfabetizzazione informatica non avrà raggiunto livelli adeguati).

I progetti vengono posti su una piattaforma dove permangono per un periodo di tempo definito per essere votati dai cittadini. Allo stesso tempo, le associazioni e i gruppi radicati nel territorio contribuiscono a informare la popolazione attraverso metodi più classici di partecipazione. I progetti più votati passano poi allo stadio di finanziamento: si entra nella fase di crowdfunding. Infine, quei progetti che raggiungono il target di finanziamento prefisso, vengono avviati dall’amministrazione.

S.M. Che impatto ha questo modello sulla realtà urbana?

A.B. Il modello del civic crowdfunding si inserisce nel mondo della pianificazione urbana, proponendo sia una possibile soluzione all’alfabetizzazione digitale dei cittadini sia migliorando i feedback tra gli stakeholder coinvolti; le potenzialità di questo strumento risiedono nella capacità di trasformare il capitale sociale in capitale relazionale per unire le forze e direzionarle verso il progetto di un bene comune. Per fare questo è fondamentale il ruolo della community e quello delle pubbliche amministrazioni, utilizzando il crowd, la folla, per avvalorare un progetto in modo da farlo finanziare, attraverso una piattaforma che integri il sistema crowdsourcing, crowdvalidation e crowdfunding.

Le storie di Detroit e NYC fanno emergere due tratti distintivi del crowdfunding civico: un’idea forte, in mancanza di risorse per realizzarla, produce un legame affettivo e un senso di appartenenza verso il territorio. Di contro si assiste all’emergere di idee meno forti, seppur molto popolari, soprattutto in termini di utilità nei confronti di un territorio, che non producono un effettivo salto in avanti per la comunità, ma rimangono relegate nell’ambito della provocazione, come nel caso di Detroit. L’obiettivo non è tanto dimostrare come si possa facilmente  finanziare una qualsiasi idea, ma  piuttosto di evidenziare come il legame idea-progetto-risultato possa funzionare come strada alternativa per il finanziamento di opere pubbliche.

Altrettanto doveroso è sottolineare come il “risultato” non lo si ottiene esclusivamente conducendo una campagna di sensibilizzazione e promozione sul web e i social media, ma integrando strategia online con una fattiva attività offline organizzata e promossa sul territorio.

crowd slide

S.M. Hai scritto, in collaborazione con Daniela Castrataro, un report dal titoloIl crowdfunding civico: una proposta” che indaga le possibilità di applicare il civic crowdfunding in Italia. Qual è la situazione nel nostro paese?

A.B. Anche se, per ora, non si riscontrano ancora casi evidenti di progetti di riqualificazione pubblica sostenibile, tuttavia credo che la peculiarità italiana di essere “frammentata” in tanti territori con una forte identità potrebbe giocare un ruolo decisivo nell’avvio di processi di riqualificazione dal basso, considerando che il crowdfunding civico ottiene buoni risultati su reti di proporzioni medio-piccole.

Alcuni numeri che individuano il fenomeno italiano: i progetti ricevuti dalle piattaforme italiane sono stati 30.000, di cui 9.000 approvati per un valore complessivo dei progetti finanziati pari a 13 milioni di euro.
(fonte: Analisi Piattaforme  Crowdfunding Italiane, Castrataro – Pais, 2012).

Il modello crowd presuppone una cultura della collaborazione ancora poco diffusa nel nostro paese. Per agevolare la sua diffusione in primis direi che bisognerebbe partire dalle scuole e dalle università, avvicinando i ragazzi a pratiche collaborative e di condivisione della conoscenza, poiché ritengo che dalla condivisione si ottengano maggiori benefici rispetto a quelli che si otterrebbero tenendo nascoste le proprie idee e le proprie conoscenze.

La mia esperienza personale mi dice che sono oggi qui a fare un workshop perché ho deciso di condividere la mia tesi di laurea, che ha permesso di far conoscere la mia ricerca. Mi pongo una domanda: quanti sono i laureati della mia facoltà che decidono di rendere pubbliche le proprie tesi? Chissà, forse il 10%%o anche meno…

S.M. Hai avuto altre occasioni di confronto?

A.B. Dopo aver partecipato nel 2012 all’evento Crowdfuture, insieme a Linda Comerlati ho coordinato un workshop dal titolo RIcostruiamoCI, una piattaforma operativa per la ricostruzione sostenibile delle zone emiliane terremotate, il cui motto non è ricreare le condizioni precedenti bensì ripartire in modo generativo.

Dal lavoro di brainstorming è emersa l’idea di promuovere una rappresentazione insieme alla pubblicazione di un libro in cui le visioni del terremoto vengono affidate ai bambini del luogo; è’ stato un esperimento interessante che ha dimostrato come queste idee meritino di essere poi collocate su una piattaforma di supporto per essere condivise, discusse, e rilanciate da una comunità più ampia.

S.M. Nell’attuale panorama europeo esistono casi di particolare interesse?

A.B. Il progetto I Make Rotterdam è emblematico. Il progetto si inserisce in un piano teso a collegare due parti della città separate da una strada statale destinata principalmente al traffico pesante. L’unione avviene tramite una passerella pedonale che consente agli abitanti di “riappropriarsi” della città attraverso una mobilità più libera, fluida e con un minor impatto ambientale.

imakerotterdam

Chi vuole aiutare a costruire il ponte e perorare la causa di una Rotterdam più verde, può donare un minimo di 25 euro, o spingersi fino a 1250. Le cifre non sono casuali: con 25 euro si dona al ponte un’asse in legno, con 1.250 si contribuisce a formare un intero pilastro. Il progetto procede per step: al raggiungimento di un importo, si comincia a costruire una parte di ponte, che verrà poi completato con le fasi previste dalla campagna di crowdfunding.

Basato sullo slogan “the more you donate, the longer the bridge” (“più donate, più lungo sarà il ponte”), per incentivare la popolazione a donare, ad ogni cittadino che contribuisce con un versamento è data l’opportunità di scrivere sul legno un suo messaggio, una citazione, o semplicemente di lasciare il suo nome e la propria firma.

Un piccolo grande gesto simbolo dell’impegno comune nel progettare e creare un pezzo della città da consegnare al futuro.

Saverio Massaro | nITro

 

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