LEARNING SELF-MADE

Mentre in Europa e nel resto del mondo crescono le esperienze didattiche legate all’auto-costruzione, riflettiamo sulla condizione delle università italiane e in particolare delle facoltà di architettura che negli ultimi anni stanno considerando con sempre maggior attenzione e interesse questa pratica, sia dal punto di vista prettamente didattico, sia dal punto di vista del rapporto con i territori nei quali dare corpo e sostanza alla ricerca teorica attraverso l’esperienza.

Per fare ciò non potevamo che scegliere dei compagni di viaggio che hanno vissuto diverse esperienze di auto-costruzione in prima persona: Riccardo Fabrizio neo-laureato in architettura, e Gianni Perrucci dottorando di ricerca in Progetto Urbano Sostenibile, entrambi presso l’Università di Roma Tre.

DM: Riccardo quali sono state le tue esperienze?

RF: Posso portare ad esempio due esperienze personali. Il primo workshop fu organizzato dal DiPSA di Roma TRE per progettare e realizzare un padiglione temporaneo, destinato ad una serie di eventi per la promozione dell’integrazione religiosa all’interno dell’ateneo. Con un budget molto ristretto abbiamo costruito un alveare sospeso, usando cartone di recupero, facendo affidamento sulla tolleranza consentita dal materiale.

Quell’alveare, esistito per poche settimane, ha richiesto una metodologia di progetto ben diversa rispetto all’approccio usato in aula; dovendo porre le dovute attenzioni ai processi di prefabbricazione, al trasporto delle parti dall’officina al lotto, alla pianificazione del cantiere e una notevole quantità di tempo necessaria alla realizzazione da zero.

Alveare

La seconda occasione nacque dalla collaborazione tra il DiPSA – Dipartimento di progettazione e studio dell’architettura di Roma Tre e il gruppo di lavoro AK0 per la realizzazione di un padiglione in Abruzzo. Qui l’accento era sulla sperimentazione dei materiali: terra cruda e bambù. La prima è una risorsa tradizionale molto diffusa in Italia, il secondo sta prendendo sempre più spazio nell’architettura cosiddetta “green”.

Con la supervisione di tutor qualificati, abbiamo terminato il manufatto in circa 10 giorni, ampliando le nostre conoscenze sull’utilizzo di materiali spesso considerati insoliti per chi concepisce l’architettura come “cittadina”, relegando l’uso di tali materiali all’ambito rurale posto in contrapposizione a quello urbano.

 DM: Perché tali esperienze sono importanti per uno studente?

RF: Partecipandovi, uno studente può espandere la propria prospettiva sulle pratiche del costruire, lasciando l’aula e sporcandosi le mani in cantiere. Questo aiuta la formazione di un pensiero circolare del progettare, integrando la composizione architettonica con una serie di competenze logistiche e tecniche relative ai processi di realizzazione.

DM: Pensi che sia necessaria una maggiore diffusione delle pratiche di auto-costruzione?

RF: Certamente. Condividere e diffondere l’auto-costruzione permette di valutare le potenzialità di un territorio, riscoprire l’uso di risorse locali e generare aggregazione sociale; inoltre influenza la mentalità è la creatività del giovane architetto, alimentando il desiderio di sperimentare e ragionare alla luce del contesto sociale e territoriale, oltre che architettonico.

padiglione

Con Gianni parliamo invece di un’esperienza avvenuta oltreoceano, in Guatemala, dopo aver già preso parte a due workshop sperimentali tenutisi a Casalincontrada (Chieti) nel 2009 e a Sibari (Reggio Calabria) nel 2012.

SM: Partiamo dalla tua ultima esperienza. Quali attività avete svolto in Guatemala?

GP: Abbiamo lavorato alla costruzione di una scuola di panetteria e pasticceria, una struttura comunitaria per il villaggio Cerro La Granadilla (Guatemala), rivolta principalmente ai giovani.

Ragazze e ragazzi avranno l’opportunità di apprendere la professione del panettiere e del pasticcere, un mestiere alternativo rispetto al lavoro nelle fabbriche di fuochi d’artificio e un mezzo per la prevenzione di gravidanze precoci.

Per la realizzazione del progetto è stato allestito un cantiere di auto-costruzione, in cui professionisti europei hanno lavorato a stretto contatto con le maestranze locali, insegnando quindi ai cittadini del villaggio a lavorare con materiali e metodologie tradizionali per realizzare una struttura in legno e una in terra cruda.600339_304783456279754_189839424_n

SM: Come nasce l’iniziativa?

GP: Il progetto di cooperazione C.A.S.A. dei mestieri  é promosso dall’Associazione Sulla Strada Onlus che svolge attività umanitarie in Guatemala a partire dal 2001. Il progetto nasce in seguito al workshop “Low cost – Low tech” di Sibari,  coordinato dagli architetti Stefan Pollak (AK0) e Sandro Sancineto (Master Housing – Roma Tre) del gruppo C.A.S.A. – Central American Sustainable Architecture. In Calabria, attraverso la realizzazione di un prototipo in scala 1:1, sono state sperimentate le tecniche costruttive e le modalità organizzative alla base del progetto in Guatemala.

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SM: In che modo avete collaborato con le maestranze locali? 

GP: E’ stato molto interessante collaborare con gli operai del luogo, i quali hanno realizzato le fondazioni dell’edificio; un basamento esterno con pietre tagliate e un’intelaiatura in calcestruzzo armato, una tecnologia  con la quale si confrontavano per la prima volta nella loro vita.

SM: Qual’è stato l’impatto sociale del progetto?

GP: Dal punto di vista della partecipazione i maestri di scuola erano le figure che cercavano maggiormente di interfacciarsi  con lo staff del cantiere, coinvolgendo gli alunni.

Uno degli obiettivi era trasmettere le conoscenze tecniche e costruttive alla popolazione locale, fornendo quindi strumenti abilitanti per proseguire tali attività in autonomia negli anni a venire;a tal fine si è operato in conformità alle convenzioni e alle convinzioni locali, che hanno di fatto definito di volta in volta i margini del progetto, mutando i quali si creavano ripercussioni sul processo di costruzione e sugli esiti finali.

SM: Ci sono state particolari difficoltà nel proseguo delle attività di cantiere?

GP: Abbiamo avuto particolare difficoltà nel reperire gli strumenti da lavoro, cosa di non poco conto considerata la distanza dalle città principali.

La Granadilla è un piccolissimo villaggio a 50 km dalla capitale, che fino al 2001 sopravviveva in assenza di acqua, servizi igienici, luce elettrica, nonché di assistenza sanitaria e strutture scolastiche. Si pensi che la principale attività lavorativa è data dalla costruzione di fuochi d’artificio, a cui sono chiamati anche i bambini, con tutti i rischi che ne possono derivare.

SM: Come giudichi questa esperienza all’estero rispetto alle precedenti a cui hai partecipato in Italia?

GP: Senza dubbio l’esperienza oltreoceano è quella a cui sono maggiormente legato, poiché è risultata essere più vera e più dura, in particolare per la condizione sociale in cui versano gli abitanti. I workshop a cui ho preso parte in Italia, che hanno un’attitudine sperimentale e didattica,  di certo non si confrontano con l’estremo caso di necessità con cui abbiamo dovuto fare i conti in Guatemala. In questa esperienza ne emerge un’architettura fortemente segnata dal fattore utilitas.

SM: Pensi che in Italia le tecniche di auto-costruzione possano avere uno sviluppo maggiore?

GP: Auspico un maggiore interesse nei confronti di queste tecniche, in particolare da parte delle università, perché In Italia esiste un’importante tradizione relativa alla lavorazione della terra cruda, in regioni come la Basilicata e l’Abruzzo.

Vi sono concrete possibilità di realizzare una vasta gamma di elementi prefabbricati con legno e terra cruda, facilmente realizzabili e low cost, i quali costituirebbero uno stimolo importante per l’innovazione sia nella ricerca architettonica che in campo edilizio.

Credo sia opportuno valorizzare un know how di questo tipo, che possa essere implementabile, reso più accurato e declinabile in base ai tipi di terra e alle maestranze dei luoghi in cui si opera.

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Da queste esperienze sul campo, un importante dato che emerge è la conferma della ricaduta che le pratiche di auto-costruzione hanno nel processo di riappropriazione dei territori da parte degli abitanti e la responsabilizzazione degli stessi in quanto attori coinvolti nelle trasformazioni. Ne consegue il venir meno della frattura ormai radicata nell’immaginario comune tra le ricerche sviluppate in ambito accademico e gli aspetti identitari del territorio.

 Davide Motta & Saverio Massaro | nITro

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2 risposte a “LEARNING SELF-MADE

  1. E’ un’interessante intervista, che mette l’accento sull’importanza dell’apprendimento, in ambito universitario, delle tecniche di autocostruzione che coinvolgono il rapporto con i territori interessati dal progetto e i loro abitanti. La realizzazione di un alveare ha messo i realizzatori, in presenza di un budget ristretto, nelle condizioni di impiegare materiale di recupero adeguato; la costruzione di un padiglione in Abruzzo ha offerto la possibilità di ampliare la conoscenza dei materiali tradizionali (terra cruda e bambù) e facilitato l’integrazione del progetto con le competenze logistiche e tecniche.
    Molto significativa, sotto il profilo dell’autocostruzione è ritenuta, dai suoi autori . la realizzazione di panetteria in Guatemala, in una situazione non favorevole sotto l’aspetto ambientale e sociale. Qui professionisti europei e maestranze locali hanno lavorato insieme e il progetto ha dovuto subire di volta in vota marginali ridefinizioni per tener conto delle tradizioni e convinzioni locali.

    In conclusione si può affermare che queste pratiche di autocostruzione sono utili per l’acquisizione del know relativo al tipo di territorio e delle
    maestranze locali, per la responsabilizzazione degli abitanti coinvolti per eliminare il distacco tra ricerca accadameica e aspetti identitari del territorio.

    • Concordo assolutamente e mi dispiace non aver avuto possibilità di approfondire le implicazioni didattiche e culturali riguardo questo tipo di pratiche.

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