SELF-MADE | LA RINNOVATA ETICITÀ

SELF-MADE sta esattamente per fatto da sé. Si tratta di una realtà molto vasta che vede designer, architetti, grafici, giovani imprenditori, manager, inventori e qualsiasi altra figura professionale o individuo opporsi ai grandi sistemi capitalistici che dominano l’economia.

La filosofia del self-made è tanto semplice quanto difficoltosa.  Semplice in quanto il concetto fondamentale su cui si basa è il fare da sé per una maggiore economia ed ecologia, difficoltosa poiché è un processo “dal basso” che alle spalle non ha nessun brand, nessun grande nome, alcuna risorsa o personalità di spicco che la sostenga. Si tratta piuttosto di gruppi di persone, più o meno numerosi, che si rimboccano le mani e con un’economicità di mezzi creano, producono, costruiscono rispondendo alle esigenze di utenti e consumatori che si scontrano con un mercato fortemente controllato. Nuove organizzazioni, gruppi auto organizzati proliferano tra giovani e meno giovani che, alla ricerca di nuovi impieghi e stili di vita differenti, tentano di reinventarsi.

Ricicloofficina del villaggio Olimpico_Foto di Riciclooficina

Ricicloofficina del villaggio Olimpico_Foto di Riciclooficina

La suddetta filosofia, che erroneamente può sembrare una moda, rappresenta per molti una necessità. In un momento storico in cui imperano le crisi economiche, ambientali, sociali, ritorna la tradizione del “fatto in casa”, dell’artigianato, la tradizione del riuso. Un’alternativa al modello capitalistico meccanicistico che non ha saputo conciliare l’attività umana con la natura, l’attività del singolo con quelle della collettività, il benessere delle classi sociali più deboli con quelle più forti.

Volendo teorizzare la filosofia del self-made si possono individuare dei principi cardine di questo pensiero: il rispetto per l’ambiente, dunque il riciclo e il riuso per la salvaguardia delle risorse naturali, l’idea di comunità la cui forza sovrasta le debolezze del singolo e l’assunto secondo cui ogni cittadino ha delle responsabilità nei confronti della comunità e dell’intera società.

Nell’architettura il self-made si traduce in auto-costruzione, quella pratica dell’architettura che si contrappone all’architettura d’autore spesso faraonica e/o troppo onerosa. È un processo edilizio in cui  l’utente è soggetto all’interno del processo stesso o in parte di esso, che si basa, oltre che su una logica strumentale di economicità e sostenibilità, sul significato culturale profondo di auto-realizzazione dell’uomo il quale, attraverso una sua più tranquilla esistenza nel rapporto uomo – famiglia – piccolo gruppo –  comunità, contribuisce a un miglior equilibrio della società (cfr. G. CERAGLIOLI, N. MARITANO COMOGLIO, Autocostruzione, http://areeweb.polito.it/ricerca/crd-pvs/documenti/561.pdf).

Per gli architetti è un modo differente dedicarsi alla professione. Essi offrono molto spesso i propri servizi a istituzioni benefiche e governative, lavorando non con un singolo cliente, ma con le comunità e non limitandosi a preparare buoni progetti, ma, piuttosto, considerando diversamente il tema dei bisogni fondamentali.

L’auto-costruzione può essere considerata la teorizzazione di quell’architettura spontanea progettata e costruita dalla collettività, dalle famiglie e dai singoli individui oltre che legata ai contesti ambientali, alle specificità del luogo, alle risorse disponibili, in armonia con i valori, con le economie e gli stili di vita delle culture che l’hanno prodotta. Le architetture vernacolari rappresentano oggi l’80% circa degli edifici esistenti al mondo nonostante in Occidente le legislazioni urbanistiche limitino queste costruzioni. Diversamente in Asia, Africa e America Latina dove l’architettura spontanea è ancora viva e le tradizioni dei nostri avi non sono marginalizzate, perdute o abbandonate.

Villaggio tradizionale del popolo zulù, foto  di NWP&TB (http://www.tourismnorthwest.co.za/)

Villaggio tradizionale del popolo zulù, foto di NWP&TB (http://www.tourismnorthwest.co.za/)

La grande attenzione degli architetti verso le architetture popolari, verso le loro tecniche costruttive e i processi sociali delle comunità  che le costruiscono, ha preso coscienza soprattutto in tempi recenti, momento in cui ci si è resi conto di come i modelli funzionalisti abbiano sfruttato in maniera illimitata le risorse disponibili rendendo sempre più fragili i nostri ecosistemi. Ma già negli anni ’30 le architetture del popolo sono state oggetto di attenzione e di studio. Architetti come Bernard Rudofsky, insieme a Luigi Cosenza, hanno portato avanti  una ricerca architettonica mix tra Razionalismo, antropologia, architettura spontanea e tradizione mediterranea. Giuseppe Pagano aveva raccolto nel suo volume Architettura rurale italiana scatti di agglomerati spontanei presi durante i suoi viaggi alla scoperta di un mondo inedito, forse per indicare una strada possibile.

Ma per architetture spontanee si intendono anche tutti quegli insediamenti abusivi come le favelas brasiliane, i barrios venezuelani, gli slums indiani, le township africane che rappresentano forse il paradigma dell’insediamento moderno: eartship autocostruite con copertoni riempiti di terra, bottiglie, lamiere, che crescono più velocemente della città pianificata.

Questi insediamenti possono sembrare molto lontani dalle nostre realtà locali. Se in una città come Nuova Delhi gli abitanti delle baraccopoli costituiscono la maggioranza della popolazione urbana, in città come Roma le bidonville sono piccole sacche di povertà fisicamente isolate dal resto della città. Ma la povertà aumenta (cfr. ISTAT, Povertàhttp://www.istat.it/it/archivio/povert%C3%A0) e con essa le baraccopoli, spesso invisibili ai nostri occhi, in cui vivono non soltanto immigrati ma anche italiani.

Favelas brasiliane, foto di scappoinbrasile.com

Favelas brasiliane, foto di scappoinbrasile.com

Oggi sono numerose le esperienze, soprattutto didattiche, di autocostruzione che  riscoprono e reinterpretano le antiche tecniche costruttive e le vecchie tradizioni proponendo nuovi modelli abitativi, processi partecipati, metafore contemporanee che opportunamente regolamentate potrebbero rappresentare un’alternativa possibile per circa la metà della popolazione mondiale che è ritenuta povera.

Si pensa alla risoluzione del problema abitativo attraverso un concorso di energie che innanzi tutto preveda l’intervento dell’utente come costruttore. Attraverso processi educativi vengono forniti quegli strumenti con i quali le comunità saranno in grado di costruire le proprie città secondo un linguaggio moderno e parametri di qualità. Si creeranno così i presupposti per dare origine a un effetto domino  di divulgazione dei saperi e dunque di rinnovamento urbano e/o rurale. Ogni singola costruzione rappresenta un modello capace di innescare una sorta di reazione a catena per influenzare e trasformare quel 99% di edifici non effettivamente progettati.

Tra le esperienze didattiche quella di Rural  Studio è a mio avviso la più significativa. Nel 1992 Samuel Mockbee, inventore di Rural Studio, irrompe nella straziante realtà dell’Alabama con un’idea: “fare e non parlare, costruire veramente, mostrare che l’architettura serve, risolve, innalza” (ANTONINO SAGGIO, L’eredità di Sambo, in “Costruire”, n. 234, Editrice Abitare Segesta, Milano novembre 2002). Oggi, a 21 anni dalla sua fondazione, Rural Studio, nonostante la morte del suo creatore avvenuta nove anni fa, continua a vivere. Gli studenti della Facoltà di Architettura di Auburn progettano e poi effettivamente realizzano, con quel poco che hanno a disposizione, spazi e edifici per la comunità locale, sperimentando molteplici soluzioni e coinvolgendo le persone del luogo per un miglioramento delle condizioni sociali di una terra lacerata dalla povertà. Il lavoro di Rural Studio dimostra il valore etico e sociale di un’architettura capace di integrare, responsabilizzare, sanare attraverso la costruzione.

Rose Lee house, Rural Studio, foto di Timothy Hursley

Rose Lee house, Rural Studio, foto di Timothy Hursley

Anche in Europa ci sono esperienze simili seppur con le dovute differenze che dimostrano continuamente come l’auto-costruzione, con il conseguente abbattimento dei costi di fabbricazione, possa essere un’alternativa possibile conciliabile con un’architettura di qualità. L’ENSA di Grenoble ha incentrato parte della sua didattica sull’auto-costruzione, in particolare il master Culture constructive et éco-habitat diretto da Pascal Rollet, da me frequentato nel 2011 nell’ambito del progetto Erasmus. I Grands Ateliers de l’Isle d’Abeau diventano per lunghi periodi dimora per gli studenti che insieme, fianco a fianco, lavorano per realizzare diversi prototipi abitativi, in scala uno a uno, sperimentando differenti materiali e tecniche costruttive in una logica di auto-costruzione e sostenibilità e ragionando spesso su concetti spaziali e funzionali nomadi, effimeri, transitori, temi ricorrenti nell’architettura autocostruita. Peccato che questi manufatti vengano poi smantellati piuttosto che diventare degli spazi per le banlieues francesi.

Prototipi in legno 2011, ENSAG, foto di Alice Gras

Prototipi in legno 2011, ENSAG, foto di Alice Gras

Recentemente anche in Italia si scorgono i sentori di quella che si potrebbe definire la rivoluzione dell’architettura a Km0. Numerosi sono i workshop organizzati da studi professionali in collaborazione con università e/o associazioni di vario genere come Cibic Workshop, Casa dei Mestieri), SUDA Autocostruzione Assistita, LAN – Laboratori Architetture Naturali, AK0 – Architettura a chilometro 0, tutti gruppi internazionali. Neonata è la realizzazione della prima Casa di Paglia a Roma progettata dallo studio Bag Officina Mobile e numerosi sono i progetti presentati alle amministrazioni.

Tale fenomeno potrebbe essere considerato come un nuovo regionalismo critico che ricerca l’identità dell’architettura attraverso l’uso dei materiali naturali locali e delle tecniche costruttive tradizionali, attraverso processi di coinvolgimento e di compartecipazione  ottenendo sempre risultati differenti da  tipologie, forme o linguaggi preconcetti. Oppure potrebbe essere considerato come un moderno ecologismo per la salvaguardia dell’ambiente. Allo stesso tempo si potrebbe parlare di un nuovo socialismo architettonico destinato a risolvere primariamente il grande problema delle masse povere e dei disagiati. O di una rinascita delle comunità indipendenti che attraverso processi di cooperazione sociale tentano di opporsi alla grande macchina capitalista.

Ma al di là delle etichette che possono essere assegnate al self-made, all’auto-costruzione, la più grande carica che esprime questa cultura è sicuramente una rinnovata eticità nei confronti delle necessità sociali e dell’ambiente. L’architettura può reinventare le città favorendo relazioni umane e solidarietà oltre che ecologia e sostenibilità e a edifici generici che portano a una sistematica cancellazione dell’idea di specifico, possono essere sostituiti modelli abitativi che come quelli vernacolari si formano dal contesto. A tal proposito è però ancora necessaria la ricerca di metafore e simboli locali per una maggiore identità del progetto.

Rose Lee house, Rural Studio, foto di Timothy Hursley

Rose Lee house, Rural Studio, foto di Timothy Hursley

Festival Grain d’Isère 2011, ENSAG, foto di ENSAG

Festival Grain d’Isère 2011, ENSAG, foto di ENSAG

Gaetano De Francesco | nITro

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Una risposta a “SELF-MADE | LA RINNOVATA ETICITÀ

  1. l “self made” in architettura prevede il coinvolgimento del cliente/utente del progetto in un processo di costruzione (autocostruzione) , rispettoso dell’ambiente, attento all’impiego dei materiali sotto il profilo dell’economicità e consapevole dei bisogni della comunità di appartenenza. Questa filosofia del self-made applicato all’architettura, già presente nella tradizione dell’architettura popolare, se adeguatamente regolata, sembra aprire ampi spazi alla possibilità di contribuire al miglioramento della vita di intere comunità in situazioni di crisi ambientale, economiche e sociali. Significative le esperienze riportate delle Università sperimentali (Rural Studio di Samuel MockBee ed Ensea di Grenoble)

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