
Il nuovo numero di On/Off vuole raccontate di una qualità nascosta che trasforma uno spazio qualsiasi in un luogo unico. Questa qualità non è misurabile in metri quadri né rappresentabile su una mappa, eppure è l’elemento che ci permette di riconoscere immediatamente un paesaggio, un borgo, una strada. Questo qualcosa ha un nome preso in prestito dalla tradizione della cultura enologica: terroir.
Il terroir non è semplicemente il suolo su cui camminiamo, ma la stratificazione invisibile di storie, relazioni e pratiche che quel suolo ha assorbito nel tempo. È ciò che fa sì che due territori apparentemente simili possano rivelarsi profondamente diversi, come due gemelli con destini divergenti. Mentre il concetto tradizionale di territorio ci parla di confini e proprietà, il terroir ci racconta di adattamenti, trasformazioni e sopravvivenze.
In Sicilia, un piccolo insediamento rurale diventa caso esemplare di come il terroir possa essere la chiave per invertire processi di abbandono. Qui non si tratta di importare modelli esterni, ma di risvegliare potenzialità già presenti, lavorando grazie all’architettura con ciò che esiste: i saperi locali, i materiali a disposizione, le tracce lasciate da chi ha abitato quei luoghi prima di noi. L’approccio non è conservativo ma trasformativo, come dimostrano interventi che trasformano infrastrutture dismesse in nuovi spazi di socialità.
Altrove, architetti e comunità dimostrano come il terroir possa diventare strumento di rigenerazione. Operando per aggiustamenti minimi e interventi mirati, rivelano qualità nascoste di luoghi apparentemente marginali. Non si tratta di grandi opere, ma di micro-azioni capaci di innescare processi più ampi, dove l’architettura si fa medium tra passato e futuro.
Questo numero nasce dalla convinzione che comprendere il terroir significhi imparare a leggere le tracce multiple che compongono i nostri paesaggi. Non per cristallizzarli in un’immagine nostalgica, ma per attivare nuove possibilità tramite l’architettura. In un’epoca di grandi trasformazioni ambientali e sociali, questa capacità di lettura stratigrafica legata ad un saper fare progettuale diventa essenziale: ci permette di progettare senza cancellare, di innovare rispettando l’identità profonda dei luoghi. Ci permette di pensare ad un architoir come volano generativo di idee, progetti e azioni dove la terra e l’atmosfera si legano in una simbiosi creativa e generativa.
L’architoir ci suggerisce che ogni intervento è sempre un dialogo con ciò che già esiste. Un dialogo che può assumere forme diverse – dall’architettura all’agricoltura, dall’arte all’urbanistica – ma che ha sempre due protagonisti: le persone che abitano un luogo e lo spirito del luogo stesso. In questo dialogo sta forse la risposta a come costruire futuri più sostenibili e autentici.
Perché in fondo, conoscere il terroir di un luogo significa imparare ad ascoltarlo. E solo chi sa ascoltare può davvero trasformare.
di Valerio Perna | nITro