Da Territorio a Architoir

Negli anni Sessanta del Novecento, nel dibattito architettonico fece la sua comparsa una parola nuova: territorio. Gli architetti iniziarono a interessarsi non soltanto alla costruzione di edifici, quartieri o città, ma allargarono il proprio sguardo a una dimensione più ampia, geografica. In quegli anni, alcuni libri affrontarono esplicitamente questo tema: basti ricordare Il territorio dellarchitettura di Vittorio Gregotti, o il lavoro di Giancarlo De Carlo, in cui il concetto di territorio occupava un posto centrale.

De Carlo, ad esempio, legava il suo piano particolareggiato per Urbino non soltanto alla scala urbana, ma a una visione propriamente territoriale. Per molto tempo abbiamo usato questa parola anche nella sua ampia accezione, così come la intendeva De Carlo: il territorio non come semplice suolo da edificare, ma come spazio di relazioni politiche, sociali e culturali.

Tuttavia, nell’uso comune, “territorio” è rimasto a lungo legato a un’idea di appropriazione: una porzione di mondo da conquistare. Le nazioni si combattono per ottenere più territorio; la famigerata spartizione coloniale dell’Africa, con le sue linee rette e arbitrarie, è un esempio paradigmatico di logica territoriale.

Negli ultimi anni, però, abbiamo iniziato a renderci conto che questa parola non è più sufficiente per rappresentare l’approccio ecologico e la coscienza sistemica che vanno emergendo con sempre maggiore forza. Così, alla connotazione prevalentemente fisica del “territorio”, si è sostituito un altro termine, di origine francese: terroir.

A prima vista può sembrare un neologismo voluttuoso, ma in realtà è un concetto di grande interesse. A differenza di “territorio”, terroir non indica semplicemente uno spazio fisico, ma l’insieme delle relazioni complesse che su quello spazio si intrecciano. Relazioni che partono, sì, dal suolo, ma non si limitano alla sua superficie: riguardano anche la chimica profonda della litosfera, gli organismi viventi, le acque che lo attraversano — superficiali e sotterranee — e perfino l’atmosfera che lo avvolge, con i suoi venti, l’umidità, le radiazioni.

Terroir non è quindi sinonimo di territorio. È un concetto nuovo, complesso, che tiene insieme geografia, clima, suolo, pratiche agricole, storia e unicità di un luogo. E naturalmente coinvolge anche la dimensione antropologica, fatta di strutture sociali, attività produttive e conoscenze locali.

Non è un caso che il termine nasca nel contesto della cultura enologica: indica proprio quell’insieme di condizioni ambientali e umane che conferiscono unicità a un vino — il tipo di terreno, l’altitudine, il microclima, ma anche le tradizioni agricole, i gesti tramandati, il sapere dei contadini. Il luogo “agisce” sul prodotto, in una rete di relazioni profonde.

Proprio la scorsa estate, a Gioiosa Marea, è stato presentato un bel libro di Cristian Aiello e Antonella Giardina, intitolato Terroir. Metafisica del territorio (e del vino), edito da Pungitopo di Patti. In esso si approfondisce proprio questa relazione primaria tra il concetto di terroir e la coltivazione della vigna: perché la vite rappresenta, allo stesso tempo, una coltura e una cultura. Non a caso, l’Italia conta centinaia di vitigni diversi, ciascuno legato a un preciso terroir.

In questo contesto si comprende perché al Sicily Lab  abbia subito colpito la comunità di Fico, a quasi 900 metri di altitudine, poco distante da Gioiosa Guardia dove il gruppo ha realizzato nel 2024 e nel 2025 altrettane installazioni. Mentre molte delle contrade collinari del comune di Gioiosa Marea risultano oggi in gran parte spopolate, Fico conserva un nucleo di circa 30 famiglie, con una storia e una coesione evidenti — ricordo molte opersone di Fico presenti in gran numero anche a un recente convegno scientifico a Gioiosa Guardia. Non a caso, tradizionalmente (e in parte ancora oggi), alcune famiglie di Fico coltivano la vite.

Per questo riteniamo che proprio Fico possa rappresentare un caso esemplare per tentare un’inversione del processo di abbandono e degrado che affligge le aree interne. Ci è parso interessante non intervenire, come in passato, nelle zone costiere, ma puntare a un ribaltamento di prospettiva: ripartire dall’alto, da Gioiosa Guardia e da Fico, e dai suoi valori, per iniettare nuovi segni di pensiero e coscienza.

In questo senso, la nostra intenzione è quella di creare un’opera, in stretto dialogo con la comunità di Fico e con il suo patrimonio umano, agricolo, culturale. E se l’architettura deve trovare posto in questo nuovo sentire Architoir a noi ha interessato.

di Antonino Saggio | nITro

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