Il paesaggio culturale tra geofilosofia e pratiche progettuali

Che cos’è (e cosa non è) il paesaggio culturale

Snodo cruciale nel dialogo interdisciplinare tra estetica, antropologia, filosofia e pratiche progettuali il concetto di paesaggio culturale può realmente funzionare come categoria operativa se ne superiamo le ambiguità terminologiche che ancora lo circondano.

È utile innanzitutto chiarire ciò che il paesaggio culturale non è, ovvero evidenziare le sue riduzioni più frequenti nelle recenti concettualizzazioni.

Il paesaggio culturale non è il semplice risultato della relazione tra configurazione territoriale e insediamento umano: una visione che ne limita drasticamente la complessità e la portata.

Il paesaggio culturale non è descrivibile attraverso una “topografia” oggettiva, poiché ogni tentativo di ridurlo a una mera rappresentazione cartografica, a una mappa neutrale e universalmente leggibile, ne compromette l’essenza relazionale, processuale e situata. La “topografia” oggettiva presuppone un punto di vista esterno e astratto, mentre il paesaggio culturale si costituisce attraverso esperienze incarnate, sguardi plurali e pratiche quotidiane, che lo rendono un campo di senso aperto, stratificato e storicamente situato. Esso è intessuto di memorie, conflitti, affetti e immaginari, e non può essere compreso se non attraverso un approccio ermeneutico capace di coglierne la dimensione vissuta e performativa.

Il paesaggio culturale non è pensabile in una dimensione esclusivamente estetica dello spazio.

Occorre piuttosto assumerlo e declinarlo come una forma relazionale complessa, un dispositivo che tiene insieme memoria e pratica, simbolo e materia, permanenze storiche e trasformazioni, anche tumultuose, in atto.

È una matrice viva di memorie collettive e affettive, un’“architettura del tempo condiviso”, uno spazio comune segnato, qualificato, da esperienze storicamente stratificate.

In questo senso, il paesaggio culturale non è un oggetto statico, ma un campo processuale, un evento in divenire, che si dà nel tempo e nella relazione tra chi abita un luogo e ciò che quel luogo contiene. Le sue dinamiche sono interpersonali, il suo senso emerge nella coscienza e nella percezione e nell’esperienza condivise.

Decostruire l’identitarismo territoriale

Questa visione si distanzia in maniera netta e utile da quelle attardate ancora radicate in paradigmi identitari o economicistici, come accade per il terroir, diffusamente inteso, nonostante alcuni recenti progressi concettuali, come luogo di appartenenza produttiva. Una appartenenza che si vorrebbe un legame apparentemente naturale e perciò fisso tra territorio e pretesa identità a non si sa che cosa.

In opposizione, il paesaggio culturale si configura come ambiente vissuto, animato da intenzionalità plurime, in linea con la Lebenswelt husserliana[1].

Il paesaggio come costruzione simbolica, politica e spazio performativo

Ogni luogo è una rete, una trama di significati, e in questo senso centrale è l’idea heideggeriana dell’abitare: il paesaggio diventa campo dinamico, non cornice passiva, spazio di rivelazione dove umano e mondo co-emergono[2].

Ogni costruzione spaziale è anche costruzione di senso e un regime di visibilità. Denis Cosgrove, studiando quello veneto, ha mostrato come il paesaggio sia ideologia visuale, tecnologia dello sguardo, strumento che seleziona e rappresenta in base a dispositivi storicamente situati[3]. Mai neutro, il paesaggio è un campo ideologico dove si dispiega il potere di nominare, ordinare, rappresentare, un dispositivo anche simbolico, in cui si riflettono tensioni politiche, estetiche ed epistemiche.

In questa prospettiva, il paesaggio diventa anche spazio critico e performativo, capace di sovvertire e riscrivere norme e configurazioni dominanti. Quello che Michel Foucault definisce eterotopia: uno spazio-altro che, attraverso le sue specifiche configurazioni, rappresenta, contesta e ridefinisce continuamente gli assetti di potere e le strutture simboliche della società[4].

Paesaggio e progetto: un’etica ecopolitica dell’abitare

Le conseguenze politiche di questa prospettiva di studio si rivelano con particolare chiarezza nelle ricerche di due studiosi come Luisa Bonesio e Alberto Magnaghi. Le loro prospettive e le loro storie intellettuali sono diverse ma sorprendentemente ed efficacemente complementari. Entrambi hanno infatti ridefinito il paesaggio come luogo intensivo e progetto collettivo. Bonesio, geofilosofa, insiste sulla dimensione incarnata dell’abitare. L’esperienza del e nel paesaggio da lei proposta lo sottrae tanto alla riduzione localistica quanto all’astrazione funzionalista. Il paesaggio, per la studiosa, non si vede, non si contempla come un quadro: si attraversa, si vive, si abita, si esperisce nella densità di un rapporto con il mondo, l’esperienza dell’abitare come evento condiviso[5]. Magnaghi, architetto e urbanista, invece, ne propone una riattivazione politica radicale: il paesaggio non è semplicisticamente un bene da conservare, tantomeno da imbalsamare, ma una posta in gioco per la riattivazione della sovranità territoriale[6]. Diventa così uno spazio in cui si forma, cresce e si afferma la resistenza contro l’estrattivismo cieco di plusvalore del neoliberismo contemporaneo. Una resistenza che è fondamento etico della cura intergenerazionale dei territori, l’eredità non come spartizione di beni ma come assunzione morale solidale tra le generazioni di un compito.

All’interno di questo campo di resistenza è necessaria una visione ecologica integrata. La crisi ecologica infatti non si limita all’ambiente in senso stretto, ma assume una dimensione biopolitica: coinvolge il modo in cui abitiamo i territori, la giustizia climatica e l’equa distribuzione delle risorse[7]. Per affrontarla, serve una capacità progettuale in grado di interpretare e trasformare queste complesse connessioni.

Coni visivi diversi ma convergenti quelli di Bonesio e Magnaghi nell’idea che il paesaggio non possa essere separato dalla responsabilità del progetto. Un progetto che va inteso non come imposizione formale, ma come forma di ascolto e di rigenerazione.

Verso un’ecologia relazionale del paesaggio

Anche l’antropologia contemporanea si muove in questa direzione, superando la dicotomia natura-cultura. Il concetto di taskscape di Tim Ingold soppianta quello di landscape, introducendo il paesaggio come campo di azioni e gesti, non scenografia, non palcoscenico, non contenitore, dove soggettività e contesti materiali si co-producono[8]. Bruno Latour[9] e Arturo Escobar[10] hanno seguito questa traiettoria, proponendo un’ecologia relazionale che include l’agency dei non umani e che supera l’ontologia cartesiana del mondo diviso tra pensiero e materia, res cogitans e res extensa.

Questo cambio di prospettiva, da bene visivo da tutelare a spazio vitale e partecipato, ha trovato riconoscimento nella Convenzione Europea del Paesaggio (Firenze, 2000), diventando poi parte delle normative nazionali[11].

Tra rovina e reinvenzione: il paesaggio in Pasolini e Calvino

In Italia, questa stratificazione di senso del Paesaggio è stata affrontata in forma radicalmente diversa da due autori, Pier Paolo Pasolini e Italo Calvino, che, pur partendo anch’essi da registri divergenti, hanno colto l’intima politicità del paesaggio. Pasolini ha descritto la devastazione del paesaggio culturale come traccia visibile della perdita dell’umano, della dissoluzione della comunità e delle semiotiche popolari[12]. Per Pasolini, la dissoluzione dei luoghi nell’omologazione capitalistica, nella secolarizzazione è una ferita non rimarginabile che ha cancerizzato l’anima e il cuore del Paese. La reazione di Italo Calvino alla medesima ferita — nelle Città invisibili — è la reinvenzione di un paesaggio come spazio simbolico. Questo paesaggio è capace di generare senso attraverso il desiderio e la memoria.

In entrambi i casi, lo spazio si fa, come premessa a ogni progetto, in un gioco di specchi tra distruzione e immaginazione, tra perdita e reinvenzione, tra rovina e speranza, luogo potentemente critico.

Architettura ermeneutica, paesaggio relazionale e pratica critica del costruire

Questa tensione tra materiale e simbolico, tra memoria e progetto, trova una risonanza operativa nella progettazione architettonica più consapevole. L’opera di un maestro dell’architettura contemporanea italiana, Luigi Franciosini[13], rappresenta un capitolo eloquente. Il progetto non si sovrappone al luogo, ma lo interroga. L’architettura si trasforma in gesto ermeneutico, in una interpretazione attenta alla materia, alle stratificazioni geologiche, storiche e culturali del contesto. Una interpretazione capace di far emergere ciò che il luogo contiene in potenza, in potenza ancestrale. Ovvero il paesaggio come interlocutore, non come semplice superficie da plasmare.

La Chiesa di San Rocco a Sambuceto di Mario Botta rappresenta in modo paradigmatico il paesaggio culturale concepito come spazio ermeneutico e relazionale. L’architettura non si impone ma dialoga con il luogo, sintetizzando memoria e contemporaneità attraverso un linguaggio simbolico e performativo che attiva esperienze comunitarie. Così facendo, l’opera di Botta incarna perfettamente la dimensione critica, etica ed ecopolitica propria della riflessione sul paesaggio culturale qui proposta

Tra le esperienze architettoniche contemporanee che più efficacemente traducono la visione relazionale e non impositiva del paesaggio culturale si distinguono i lavori di Álvaro Siza e dello studio francese Lacaton & Vassal. Nell’opera di Siza, l’architettura si configura come gesto calibrato e misurato, lontano da ogni velleità egemonica, capace di intessere un dialogo silenzioso ma densamente stratificato con il contesto storico e naturale. Le sue realizzazioni – da Matosinhos a Porto – si pongono non come presenze dominanti, ma come dispositivi poetici in ascolto delle tensioni latenti del luogo, capaci di attivare una lettura stratigrafica del paesaggio[14].

In modo affine, Lacaton & Vassal propongono un’etica progettuale fondata sul rispetto dell’esistente e sulla trasformazione non distruttiva. Le loro pratiche di rigenerazione urbana, come evidenziato nei progetti di Bordeaux e Parigi, rifiutano la logica della tabula rasa per privilegiare un’architettura incrementale, orientata al miglioramento dell’abitare e all’amplificazione dell’uso sociale dello spazio[15]. Si tratta di un approccio in cui il progetto si configura come processo dialogico e aperto, dove l’ascolto del contesto sostituisce l’imposizione formale, delineando una visione ecologica e partecipativa del paesaggio.

Entrambi gli approcci incarnano una radicale revisione dell’ontologia del costruire: il paesaggio non è più inteso come oggetto estetico da riformulare, ma come soggetto relazionale, interlocutore vivo e plurale, che richiede cura, attenzione e co-produzione spaziale. In questa prospettiva, l’architettura si fa pratica politica e conoscitiva, contribuendo a una rinegoziazione continua del senso dei luoghi abitati[16].

Il progetto come ascolto del luogo

Tradurre questa visione in prassi progettuale richiede dunque una metodologia fondata sull’ascolto, sulla lettura stratigrafica dei luoghi e sulla costruzione di dispositivi relazionali. Quali memorie custodisce questo luogo? In che modo il progetto può attivare nuove forme di abitare? Cosa ci racconta il paesaggio del nostro presente?

Il paesaggista consapevole si forma dunque non solo nei saperi tecnici, ma nella capacità di abitare criticamente i territori, cogliendone i codici nascosti e le potenzialità trasformative.

Esperienze italiane di rigenerazione paesaggistica

Sono rare ma significative, in Italia, le esperienze progettuali che incarnano pienamente questo spirito. Si pensi, ad esempio, al lavoro di ricerca del collettivo Orizzontale, che ha rigenerato spazi urbani marginali a Roma attraverso dispositivi effimeri e partecipativi; ai percorsi di arte pubblica attivati a Librino, quartiere periferico di Catania, da Antonio Presti, dove le superfici murarie si trasformano in archivi di memoria collettiva; oppure ai progetti di rifunzionalizzazione agricolo-ecologica promossi nel Parco Agricolo Sud Milano.

Abitare come pratica critica

Riformulare il concetto di paesaggio culturale implica superare le sue interpretazioni estetizzanti o funzionaliste, per accedere a una visione complessa e dinamica, in cui il paesaggio si configuri come un dispositivo epistemico, critico e generativo. In tale prospettiva, il paesaggio non è una forma conclusa, ma un campo di forze in divenire, una trama relazionale in cui si articolano memorie collettive, conflitti latenti, desideri sociali e responsabilità ecopolitiche.

Abitare il paesaggio richiede allora una riformulazione etica del progetto, inteso non come atto di dominio ma come gesto di ascolto e co-produzione. La progettualità, così concepita, si fonda sulla capacità di generare dispositivi che attivino processi simbolici e materiali di rigenerazione. Architettura, arte pubblica, filosofia e ecologia convergono in una pratica trasformativa che fa del paesaggio il luogo in cui si negozia, giorno dopo giorno, il nostro futuro condiviso.

Solo attraverso questa convergenza consapevole tra teoria e prassi sarà possibile elaborare un progetto territoriale non estrattivo ma generativo, capace di custodire la complessità dei luoghi e di rispondere alle sfide ecologiche e politiche del nostro tempo. In definitiva, abitare criticamente il paesaggio significa praticare una resistenza poetica e progettuale contro le logiche disincarnate del presente, restituendo alla Terra la sua voce, al tempo la sua profondità, e agli abitanti il diritto di immaginare mondi altri.

di Michele Fasolo | nITro


[1] E. Husserl, La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale, (trad. it. di E. Paci e C. Antoni), Milano (Il Saggiatore), 1961.

[2] M. Heidegger, Costruire, abitare, pensare, Milano (Mursia), 1976.

[3] D. Cosgrove, Social Formation and Symbolic Landscape, University of Wisconsin Press, 1998.

[4] M. Foucault, Des espaces autres, Paris (Lignes), 2009.

[5] L. Bonesio, Geofilosofia del paesaggio, Milano (Mimesis), 2008.

[6] A. Magnaghi, Il progetto locale, Torino (Bollati Boringhieri), 2000.

[7] “Non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale. Le direttrici per la soluzione richiedono un approccio integrale per combattere la povertà, restituire dignità agli esclusi e, simultaneamente, prendersi cura della natura”. Francesco, Laudato Sì. Sulla cura della casa comune, Città del Vaticano (Libreria Editrice Vaticana), 2015, n. 139.

[8] T. Ingold, “The Temporality of the Landscape”, in World Archaeology, Vol. 25, No. 2, 1993.

[9] B. Latour, We Have Never Been Modern, Harvard University Press, 1993.

[10] A. Escobar, Designs for the Pluriverse, Duke University Press, 2018.

[11] Legge 9 gennaio 2006, n. 14 – Ratifica ed esecuzione della Convenzione europea del paesaggio, fatta a Firenze il 20 ottobre 2000. (Gazzetta Ufficiale n. 24 del 30 gennaio 2006). Poi Decreto Legislativo 22 gennaio 2004, n. 42
Codice dei beni culturali e del paesaggio, ai sensi dell’articolo 10 della legge 6 luglio 2002, n. 137. Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana n. 45, Supplemento Ordinario n. 28, del 24 febbraio 2004, soprattutto nella parte III dedicata alla tutela del paesaggio.

[12] P.P. Pasolini, Scritti corsari, Milano (Garzanti), 1975.

[13] G. De Francesco, Luigi Franciosini, Imprinting, Siracusa (LetteraVentidue),2023; M. Fasolo, “Architecture as a dialogue: context, matter, and the fabric of time” Interview with Luigi Franciosini, in Archeomatica  No 2, 2025 (in press).

[14] K. Frampton, Modern Architecture: A Critical History, London (Thames & Hudson),2002.

[15] A. Lacaton  & J-P. Vassal, Freedom of Use Cambridge, Massachusetts: Harvard University Graduate School of Design; Berlin: Sternberg Press, 2015.

[16] A. Pérez-Gómez, Built Upon Love: Architectural Longing after Ethics and Aesthetics,. MIT Press, 2006, https://doi.org/10.7551/mitpress/1697.001.0001

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